Strumenti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e il contrasto al cambiamento climatico

Il settore industriale è responsabile del 21% delle emissioni globali di CO2 ed è il terzo per emissioni secondo solo a quello della produzione di energia (25%) e al settore agricolo (24%). È quindi evidente che le attività produttive e industriali giocano un ruolo fondamentale nella lotta al cambiamento climatico.

La buona notizia è che negli ultimi anni sempre più aziende italiane hanno aderito alla missione lanciata dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e hanno fatto propri alcuni degli obiettivi previsti, tra cui la lotta al riscaldamento globale. Generalizzando si può affermare che l’attuale quadro italiano è composto da: aziende virtuose che realmente stanno lavorando secondo i principi dello sviluppo sostenibile, aziende ancora molto indietro in campo ambientale e sociale, aziende che millantano grandi risultati ma che in realtà di sostenibile hanno ben poco. Come riconoscere queste tipologie di attività? E come possono essere aiutate ad essere davvero sempre più sostenibili?

Gli strumenti ci sono, già da diversi anni, ma spesso non sono conosciuti o sono considerati erroneamente non accessibili o non appropriati a molte realtà produttive. Questo articolo e quelli che seguiranno hanno lo scopo di fare un po’ di chiarezza tra le tante certificazioni ambientali esistenti e i numerosi standard di sostenibilità già in uso. Allo stesso tempo si vuole dare alle aziende e ai consumatori un’accessibile fonte d’informazione che possa aiutare ad indirizzare le proprie scelte quotidiane.

Iniziamo quindi col parlare di certificazioni e della ISO: l’Organizzazione internazionale per la normazione più importante a livello mondiale. Ente che svolge funzioni consultive per le Nazioni Unite su tematiche come l’educazione, la scienza e la cultura. Nel 2018 ISO ha pubblicato un importante dossier gratuito dal titolo: “Contributing to the UN Sustainable Development Goals with ISO standards”. Nel documento ad ogni obiettivo previsto dall’Agenda 2030 viene associato una o più norme di riferimento ISO già in uso da anni. Dal report si legge, ad esempio, che alcuni utili strumenti per il conseguimento dell’obiettivo 13 “Lotta al cambiamento climatico” sono contenuti nelle norme ISO 50001 “Sistemi di Gestione dell’energia”, ISO 14001 “Sistemi di Gestione Ambientali”, ISO 14067 che presenta una metodologia di calcolo dell’impronta di carbonio, ISO 14064-1 e ISO 14064-2 che forniscono specifiche indicazioni su come quantificare, monitorare, validare e verificare le emissioni di gas serra.

Un documento analogo è stato pubblicato anche dall’organizzazione internazionale senza scopo di lucro “Global Reporting Initiative”, ente nato con il fine di definire gli standard di rendicontazione della performance sostenibile di organizzazioni di qualunque dimensione, appartenenti a qualsiasi settore e paese del mondo. I loro report hanno dato un significativo contributo nello stabilire delle regole condivise per la redazione dei bilanci di sostenibilità e nelle rendicontazioni non finanziarie.

Le norme ISO e i report GRI sono solo alcuni degli standard riconosciuti a livello mondiale che possono essere utilizzati dalle aziende per implementare seri progetti di sostenibilità e di riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Il loro utilizzo permette di evitare una carente oggettività dei risultati ottenuti e il dannoso fenomeno del greenwashing. Per intenderci: se un’azienda dichiara sui propri prodotti o sui propri canali informativi, di aver ridotto del 50% le proprie emissioni di CO2, senza però specificare in che arco di tempo, in rapporto a quale altro parametro (es. ore lavorate, materie prime consumate, ecc..) e senza specificare quale metodologia di analisi è stata utilizzata, sta dando un’informazione parziale, imprecisa e potenzialmente fuorviante. Se invece l’azienda, nel pubblicare il risultato rimanda ad un bilancio di sostenibilità redatto secondo gli standard GRI, al possesso di una certificazione ambientale ISO, o a una dettagliata spiegazione sugli interventi effettuati per il raggiungimento del risultato, sta dando un’informazione completa e, soprattutto, starà dando un’immagine più autorevole e seria.

La verifica di queste informazioni è l’esercizio che un attendo consumatore dovrebbe fare, mentre lavorare seguendo delle norme universalmente riconosciute è l’impegno che le aziende dovrebbero mettere quando decidono di intraprendere un serio programma di sostenibilità.

Qualcuno obbietterà che c’è un problema economico non di poco conto: le norme ISO sono a pagamento e certificarsi ha un costo significativo. È vero, l’ostacolo economico c’è, è sarebbe davvero utile se i governi e le istituzioni sostenessero le aziende che si vogliono certificare con incentivi, sgravi economici e aiuti di vario tipo. Ma allo stesso tempo l’azienda deve vedere queste spese come un investimento e non un costo. Ogni anno sempre più studi dimostrano che le organizzazioni che hanno puntato seriamente sulla sostenibilità e sulla responsabilità sociale d’impresa hanno retto meglio nei momenti di crisi e hanno avuto un ritorno economico maggiore dei costi sostenuti[1].

Il complesso e variegato campo della sostenibilità si sta muovendo in fretta, e questa è una cosa positiva ma dai risvolti incerti. L’importanza della transizione ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti e finalmente anche il mondo politico e industriale ha incominciato a guardarla con interesse. Ma ora più che mai c’è bisogno di regole e metodologie condivise, serietà, trasparenza e chiarezza. Non bisogna fermarsi agli slogan ma è indispensabile cogliere davvero l’opportunità di operare secondo i principi dello sviluppo sostenibile e quindi garantire alle generazioni future le stesse possibilità di soddisfare bisogni fondamentali. Questo e i prossimi articoli cercheranno di dare un piccolo contributo a questo importante processo.

Andrea Merusi

Articolo pubblicato sul magazine “BioEcoGeo Ambiente e sostenibilità delle imprese” – 20/07/2021


[1] L’edizione 2020 del Rapporto dell’Osservatorio Socialis conferma la costante progressione del trend di crescita della diffusione della Corporate Social Responsibility nelle imprese di medie e grandi dimensioni (aziende con almeno 80 dipendenti). La cultura e pratica aziendale della Responsabilità Sociale vede un coinvolgimento attivo delle imprese italiane cresciuto quasi del 50% in 18 anni.

Emissioni in atmosfera: modifiche al Codice ambientale ed emissioni di sostanze particolarmente pericolose

Lo scorso 28 agosto 2020 è entrato in vigore il D.Lgs. 102/2020, decreto da molti definito “correttivo” del D.Lgs. 183/2017, poiché modifica nuovamente la Parte V del D.Lgs. 152/2006 sulle emissioni in atmosfera degli impianti industriali.

Le modifiche sono finalizzate a garantire la certezza normativa in materia di obblighi e controlli relativi alla gestione degli stabilimenti che producono emissioni in atmosfera, nonché a razionalizzare le procedure autorizzative e il sistema delle sanzioni, con riguardo sia alle imprese sia ai privati gestori di impianti termici civili.

Tra le principali modifiche si segnala che all’articolo 271 è inserito il comma 7-bis secondo il quale le emissioni delle sostanze classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340, H350, H360) e delle sostanze di tossicità e cumulabilità particolarmente elevata devono essere limitate nella maggior misura possibile dal punto di vista tecnico e dell’esercizio.
Dette sostanze e quelle identificate come estremamente preoccupanti (SVHC) dal regolamento REACH devono essere sostituite non appena tecnicamente ed economicamente possibile nei cicli produttivi da cui originano emissioni delle sostanze stesse. È introdotto l’obbligo per i gestori degli stabilimenti o delle installazioni in cui è previsto l’utilizzo di tali sostanze di inviare ogni cinque anni, a decorrere dalla data di rilascio o di rinnovo dell’autorizzazione, una relazione all’Autorità competente in cui si analizza la disponibilità di alternative, se ne considerano i rischi e si esamina la fattibilità tecnica ed economica della sostituzione delle predette sostanze. Se le sostanze o miscele in esame sono utilizzate nei cicli produttivi da cui originano le emissioni in stabilimenti o installazioni in esercizio alla data di entrata in vigore del decreto, la relazione deve essere inviata all’autorità competente entro un anno dall’entrata in vigore del decreto.
In caso di modifica della classificazione delle stesse sostanze o miscele, il gestore deve presentare, entro tre anni dalla modifica, una domanda di autorizzazione volta all’adeguamento alle disposizioni del nuovo comma. In tal senso, i gestori di stabilimenti e istallazioni in esercizio alla data in entrata in vigore del decreto in cui le stesse sostanze o le miscele sono utilizzate nei cicli produttivi da cui originano le emissioni devono comunque presentare una domanda di autorizzazione entro il 1° gennaio 2025 o entro una data precedente individuata dall’Autorità competente.

In sintesi: la suddetta normativa si applica a tutti coloro che hanno richiesto l’autorizzazione per le emissioni in atmosfera (adempimento previsto obbligatorio per aziende in AUA, AIA o direttiva IPPC), in quanto all’interno del loro ciclo produttivo utilizzano sostanze/miscele pericolose captandone i residui di lavorazione ed emettendoli in atmosfera previa sistema di filtraggio.

Trattasi di comunicare all’ARPA, una valutazione che riporti l’utilizzo pari ad almeno 10 Kg/anno di sostanze pericolose o miscele pericolose quali:

· Sostanze/miscele classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340,H350, H360);

· Sostanze estremamente preoccupanti ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH);

· Sostanze di tossicità e cumulabilità particolarmente elevata come definite secondo i criteri dell’Allegato XIII del Reg. REACH come Persistenti, Bioaccumulabili. (Si può ragionevolmente ritenere che tali sostanze rientrino già tra quelle estremamente preoccupanti).

Nella comunicazione vanno indicate l’eventuale previsione di sostituzione/usi sostanze alternative. La valutazione deve essere inviata entro il 28/08/2021.

Sono trascurabili, ai fini della valutazione, le sostanze/miscele utilizzate come materie prime in ingresso al ciclo produttivo, seppur rientranti nelle categorie di cui sopra, i cui quantitativi di utilizzo sono inferiori a 10 kg/anno.

Naturalmente se non vi sono sostanze/miscele pericolose che interessino le emissioni non c’è da inviare nulla, ma è bene predisporre un documento attestante l’analisi delle schede di sicurezza che giustifichi la non applicabilità.

SANZIONI PREVISTE

In caso di omessa presentazione della relazione, nei casi sopra citati si applica la sanzione prevista dall’articolo 279, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006 (E’ soggetto ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 euro a 2.500 euro, alla cui irrogazione provvede l’autorità competente, chi non presenta, nei termini previsti, la domanda o la relazione di cui all’articolo 271, comma 7-bis).

Rifiuti e Modello Unico di Dichiarazione ambientale 2021

Nei giorni scorsi è uscito un interessante report realizzato dalla Fondazione Symbola insieme a Comieco, da cui si evince che l’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti pari al 79% con una incidenza più che doppia rispetto alla media UE e ben superiore a tutti gli altri grandi paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%). L’Italia è anche uno dei pochi paesi europei che dal 2010 al 2018 – nonostante un tasso di riciclo già elevato – ha comunque migliorato le sue prestazioni (+8,7%).

Un risultato importante, a tratti sorprendente, che dovrebbe spingere il mondo industriale e la politica a continuare su questa strada perseguendo un miglioramento continuo delle prestazioni nazionali in tema di riduzione, riciclo e recupero dei rifiuti speciali.

Queste analisi sono possibili anche grazie ai dati forniti annualmente dalle aziende attraverso il Modello Unico di Dichiarazione ambientale, meglio conosciuto come MUD. Dichiarazione che ogni anno presenta qualche novità e che per l’anno 2021 è contenuta nel D.P.C.M. del 23 dicembre 2020.

Vediamo in questo articolo cosa è cambiato rispetto alla dichiarazione del 2020 e cosa viene confermato rispetto ai modelli precedenti.

Innanzitutto anche il MUD 2021 – che fa riferimento ai rifiuti prodotti e gestiti nel 2020 – continua ad essere articolato in 6 comunicazioni da presentare alle Camere di Commercio territorialmente competenti da parte dei soggetti tenuti all’adempimento:

  1. Comunicazione rifiuti;
  2. Comunicazione veicoli fuori uso;
  3. Comunicazione imballaggi, composta dalla Sezione Consorzi e dalla Sezione Gestori Rifiuti di imballaggio;
  4. Comunicazione rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE);
  5. Comunicazione rifiuti urbani, assimilati e raccolti in convenzione;
  6. Comunicazione produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE).

I soggetti obbligati a presentare il MUD sono individuati dall’articolo 189, commi 3 e 4, del D.Lgs. 152/2006 come modificato dal D.Lgs. n. 116/2020. Si tratta, in particolare, dei seguenti soggetti:

  • chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e trasporto di rifiuti;
  • i commercianti e gli intermediari di rifiuti senza detenzione;
  • imprese ed enti che effettuano operazioni di recupero e di smaltimento di rifiuti;
  • i Consorzi e sistemi riconosciuti, istituiti per il recupero e riciclaggio di particolari tipologie di rifiuti, ad esclusione dei consorzi e sistemi istituiti per il recupero e riciclaggio dei rifiuti di imballaggio che sono tenuti alla compilazione della Comunicazione Imballaggi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali (con più di 10 dipendenti) di rifiuti non pericolosi da attività artigianali, industriali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, di fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue, di rifiuti da abbattimento di fumi, dalle fosse settiche e dalle reti fognarie;
  • i gestori del servizio pubblico di raccolta con riferimento ai rifiuti conferitigli dai produttori di rifiuti speciali.

I produttori di rifiuti esonerati dall’obbligo di presentazione del MUD sono invece:

  • le imprese agricole di cui all’art. 2135 c.c. con un volume di affari annuo non superiore a 8.000 euro;
  • le imprese che raccolgono e trasportano i propri rifiuti non pericolosi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali che non hanno più di 10 dipendenti;
  • le imprese e gli enti produttori di rifiuti non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, diversi da quelli indicati alle lettere c), d) e g)
  • i produttori di rifiuti che non sono inquadrati in un’organizzazione di ente o di impresa.

Sono esclusi anche i soggetti che esercitano attività ricadenti nell’ambito dei codici ATECO 96.02.01 (barbiere e parrucchiere), 96.02.02 (istituti di bellezza) e 96.09.02 (tatuaggio e piercing).

Le principali novità riguardano la data di presentazione del documento che quest’anno ha come termine ultimo il 16 giugno 2021. Di norma la scadenza era il 30 aprile ma a causa della tardiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (GU n. 39 del 16 febbraio 2021) il termine per la presentazione del MUD è slittato dal 30 aprile al 16 giugno 2021, cioè centoventi giorni a decorrere dalla data di pubblicazione.

Si riscontrano novità anche nelle informazioni da trasmettere e nelle modalità di invio delle comunicazioni. I suddetti aggiornamenti sono volti a dare attuazione a normativa europea più recente e ai provvedimenti nazionali che hanno recepito le direttive sull’economia circolare (tra tutti, il D.Lgs. 116/2020).

Segnaliamo quindi che:

  • gli impianti che svolgono attività di recupero dovranno comunicare, nella scheda SA-AUT, se l’autorizzazione è riferita ad attività di recupero per le quali è stata prevista applicazione del c.3 art. 184-ter (End-of-Waste “caso per caso”);
  • nella comunicazione rifiuti e veicoli fuori uso sono state apportate modifiche alle informazioni relative ai materiali derivanti dall’attività di recupero, con l’aggiunta di alcune tipologie e la modifica di altre;
  • la scheda “CG-costi di gestione” della comunicazione rifiuti urbani è stata completamente ridisegnata;
  • sono state modificate le categorie della comunicazione RAEE per adeguarle all’entrata in vigore dell’Open scope (ambito di applicazione della normativa RAEE “aperto” a un numero maggiore di prodotti, come previsto dalla direttiva 2012/19/UE) e della classificazione prevista dall’allegato III al D.Lgs. 49/2014;
  • sempre nella comunicazione RAEE è stata aggiunta la voce relativa alla quantità di RAEE preparati per il riutilizzo, mentre è stata eliminata l’informazione sui RAEE utilizzati come apparecchiatura intera.

Le seguenti comunicazioni devono essere presentate esclusivamente tramite il sito http://www.mudtelematico.it:

  • Comunicazione rifiuti;
  • Comunicazione veicoli fuori uso;
  • Comunicazione imballaggi, sia Sezione Consorzi che Sezione Gestori Rifiuti di imballaggio;
  • Comunicazione rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Come già avviene da un po’ di anni a questa parte, per poter effettuare l’invio telematico i dichiaranti devono essere in possesso di un dispositivo di firma digitale valido al momento dell’operazione[1].

Si confermano anche le sanzioni per la tardiva, omessa o incompleta dichiarazione; e il pagamento dei diritti di segreteria al momento dell’invio. Nello specifico questi ammontano a 10,00 euro per dichiarazione per l’invio telematico, e vanno pagati esclusivamente con carta di credito, PagoPA o con l’Istituto di pagamento InfoCamere (pagamenti.ecocerved.it). Per quanto riguarda il MUD Semplificato e il MUD Comuni (se inviato via PEC) il pagamento dei diritti di segreteria potrà avvenire esclusivamente con il circuito PagoPa.

La comunicazione rifiuti semplificata – tramite il portale www.mudsemplificato.ecocerved.it – è riservata ai soggetti che producono, nella propria unità locale, non più di 7 rifiuti per i quali deve essere presentato il MUD e, per ogni rifiuto, utilizzano non più di 3 trasportatori e 3 destinatari finali. Non possono presentare il MUD Semplificato i produttori che conferiscono i propri rifiuti all’estero.

Per ulteriori informazioni si raccomanda di consultare il sito internet: www.mudtelematico.it.

Redazione Osservatorio HSE


[1] Associazioni di categoria e studi di consulenza possono inviare telematicamente i MUD compilati per conto dei propri associati/clienti apponendo ad ogni invio la propria firma elettronica, sulla base di espressa delega scritta dei propri associati e clienti.

Transizione Ecologica Aperta (TEA), al via gli incontri

Un progetto di comunicazione e dialogo creato da ISPRA per informarsi e discutere delle opportunità del Recovery Fund europeo per il futuro dell’ambiente italiano.
Nell’ambito del progetto, ISPRA ha organizzato un ciclo di incontri territoriali con il contributo di alcune ARPA, che vede mondo delle imprese e delle associazioni imprenditoriali a confronto con la società civile e con il sistema pubblico, nell’ottica di fornire spunti per il Recovery Plan italiano e discutere sul punto della semplificazione dei processi autorizzativi dei quali si dovrà occupare il Ministero della Transizione Ecologica.

Scopo degli incontri è il miglioramento della collaborazione fra imprese, sistema pubblico per fare sì che la realizzazione dei progetti avvenga “presto e bene”, cioè nel rispetto dei tempi e garantendo i massimi livelli di tutela.

Appuntamenti in programma

  • Economia circolare a cura di ARPA Lombardia – 29 marzo ore 11:00
    Programma
  • Industria per l’ambiente a cura di ARPA Puglia – 29 marzo ore 15:00
    Programma
  • La transizione energetica a cura di ARPA Lazio – 30 marzo ore 11:00
    Programma
  • Autorizzazioni e controlli partecipati a cura di ARPA Basilicata e ARPA Marche – 30 marzo ore 15:00
    Programma
  • Infrastrutture e uso del territorio a cura di ARPA Liguria – 31 marzo ore 11:00
    Programma
  • Il monitoraggio ambientale dallo spazio a cura di ARPAE Emilia-Romagna – 31 marzo ore 15:00
    Programma

Sarà possibile seguire i seminari e porre domande ai relatori collegandosi su:

www.ricicla.tv

https://www.youtube.com/c/ISPRAVideoStreaming/videos

Canali social Facebook e Youtube di RICICLATV

Pagina Facebook di ISPRA

Fonte: Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente

Clima, cibo e conflitti: alle radici di un legame complesso

In che modo le risorse alimentari possono incidere sui conflitti? Uno studio realizzato con il contributo della Fondazione CMCC e di CMCC@Ca’Foscari mette in luce come l’effetto combinato di eventi climatici estremi e del concentrarsi della produzione agricola, aumenti del 14% la probabilità che s’inneschi un conflitto nei Paesi con un’economia ancora fortemente dipendente dall’agricoltura.

Esiste un sostanziale accordo fra gli esperti sul ruolo chiave di variabilità climatica e scarsità di cibo nell’innescare conflitti violenti, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, che sono fortemente dipendenti dall’agricoltura, sopportano il peso maggiore degli impatti dei cambiamenti climatici, e hanno spesso una triste eredità di conflitti. Nonostante ciò, solo un numero piuttosto limitato di studi ha esaminato il modo in cui le risorse alimentari influenzino i conflitti violenti.

In una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Peace Research, un team di ricercatori della Uppsala University, Università Ca’ Foscari di Venezia, Commissione europea – Joint Research Centre –JRC, e CMCC@Ca’Foscari – partnership dell’Università Ca’Foscari Venezia e della Fondazione CMCC -, esplora le relazioni complesse che intercorrono tra variabilità climatica, produzione agricola e insorgenza dei conflitti.

Gli autori hanno ipotizzato che la diversa distribuzione spaziale della produzione agricola all’interno dei Paesi sia un fattore rilevante nel determinare un impatto della variabilità climatica su guerre e conflitti in Paesi fortemente dipendenti dall’agricoltura. “La principale assunzione alla base di questo studio”, spiega Paola Vesco, ricercatrice alla Uppsala University e affiliata alla Divisione CMCC ‘Economic analysis of Climate Impacts and Policy’ (ECIP), “si articola in tre passaggi, dagli eventi climatici ai conflitti. In primo luogo, gli impatti negativi della variabilità climatica aumentano la concentrazione spaziale della produzione agricola sul territorio. Secondo, la distribuzione spaziale della produzione agricola, una misura del modo in cui l’accesso al cibo e le condizioni di sussistenza varino nelle diverse aree, rappresenta un fattore rilevante nel determinare l’impatto dei cambiamenti climatici sui conflitti in Paesi fortemente dipendenti dall’agricoltura. Terzo, l’effetto combinato di eventi climatici estremi e la concentrazione spaziale della produzione agricola aumenta la probabilità d’insorgenza dei conflitti.”

Per saggiare questa ipotesi, gli autori hanno realizzato una stima della distribuzione spaziale delle colture (con l’uso di un indice di produzione agricola, una buona misura delle condizioni di vita e di accesso al cibo delle popolazioni, ndr), ovvero una valutazione di quanto la produzione agricola si concentri o sia diffusa nelle diverse località, esaminando come la distribuzione spaziale delle risorse agricole modelli gli effetti del clima sui conflitti nel corso del tempo.

“Il nostro metodo”, spiega Malcolm Mistry, ricercatore e docente all’Università Ca’Foscari di Venezia e research affiliate della Fondazione CMCC, “ci permette di esaminare direttamente gli effetti dei cambiamenti climatici estremi sulla distribuzione spaziale della produzione agricola, all’interno dei vari Paesi e nel corso del tempo, e quindi di esaminare come la distribuzione spaziale delle risorse agricole determini gli effetti del clima sui conflitti, nelle varie epoche. La nostra analisi riesce a catturare la dimensione spaziale della vulnerabilità legata alla produzione agricola, esplorando se l’effetto della distribuzione geografica della produzione agricola possa avere un peso nei conflitti. Abbiamo scoperto che gli effetti del clima sono particolarmente negativi in quei Paesi che dipendono dall’agricoltura e dove la produzione alimentare si concentra in poche aree.”

I risultati infatti mostrano come gli impatti negativi della variabilità climatica portino a un aumento della concentrazione spaziale della produzione agricola nei vari Paesi. Ciò, unito agli effetti degli eventi climatici estremi, aumenta la probabilità d’insorgenza di un conflitto fino al 14% nei Paesi dipendenti dall’agricoltura.

“È probabile che gli shock climatici alla produzione agricola influenzino le condizioni di sussistenza sia direttamente, attraverso cambiamenti nella disponibilità e nell’accesso al cibo, sia indirettamente, attraverso cambiamenti correlati al reddito agricolo, alle fluttuazioni dei prezzi dei prodotti alimentari e alle variazioni del potere d’acquisto dei consumatori”, aggiunge Mistry. “Le perdite agricole causate dagli shock climatici, distribuite in modo non uniforme, porteranno pertanto a disuguaglianze in termini di diritti alimentari e condizioni di vita tra le diverse aree e le diverse comunità. Per questo motivo, i conflitti tenderanno a verificarsi in quelle aree dove si registrerà un’aumentata domanda e una minore offerta di risorse alimentari.

La competizione per le risorse può portare anche a un aumento dei flussi migratori, e le migrazioni climatiche possono andare a peggiorare la competizione per le risorse nelle aree di destinazione, favorendo tensioni politiche o su base etnica tra i migranti e le comunità ospiti, aumentando la probabilità di conflitti. Questo è successo, per esempio, durante la guerra civile in Darfur: il relativo impoverimento e deteriorarsi delle risorse in alcune regioni rispetto ad altre, ha innescato dei movimenti migratori da parte dei gruppi più colpiti verso le regioni con una maggiore abbondanza di risorse, favorendo quindi l’insorgenza di reciproche accuse di sfruttare eccessivamente le risorse locali, e rinforzando preesistenti contrasti etnici e sociali, contribuendo così allo scatenarsi di conflitti nella regione.”

Più in generale, gli autori sottolineano come sia probabile che differenze nell’accesso al cibo nelle diverse regioni possano innescare proteste attorno a preesistenti motivi di contrasto, non necessariamente legati a questa problematica. All’opposto, istituzioni e governi più efficienti possono mediare le conseguenze negative dei cambiamenti climatici e attenuare le tensioni, assicurando una più equa gestione e distribuzione delle risorse. “In quest’ottica”, conclude Vesco, “l’analisi sarà estesa per esaminare anche come i fattori socio-economici e le caratteristiche istituzionali possano influenzare il nesso tra clima, distribuzione spaziale delle colture e insorgenza dei conflitti.”

Leggi la versione integrale dell’articolo:

Climate variability, crop and conflict: Exploring the impacts of spatial concentration in agricultural production

Vesco P., Kovacic M., Mistry M., Croicu M.

2021, Journal of Peace Research, Vol 58, 1, 98-113, DOI: 10.1177/0022343320971020

 

Comunicato stampa Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

CONTATTI STAMPA:

Mauro Buonocore – CMCC – mauro.buonocore@cmcc.it

tel. +39 0832 671060 – mob. +39 345 3033512

Laura Caciagli – CMCC – laura.caciagli@cmcc.it

mob. + 39 3315494605

www.cmcc.it

23 marzo: Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare

Un panel di alto livello per la Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, prevista il prossimo 23 marzo, che vedrà, tra gli altri, la partecipazione del Ministro per la transizione ecologica Cingolani, del segretario generale Cgil Landini e dell’eurodeputata Simona Bonafè, per la presentazione del Rapporto sull’economia circolare in Italia 2021 e per un aprire un confronto sul ruolo dell’economia circolare per la transizione alla neutralità climatica.

L’appuntamento per la 3° Conferenza Nazionale è il prossimo 23 marzo, dalle 10.00 alle 12.00, in diretta streaming dai canali ufficiali del Circular Economy Network.

Durante l’evento verrà presentato il Rapporto sull’economia circolare in Italia 2021, elaborato dal Circular Economy Network in collaborazione con Enea, il cui focus tematico, quest’anno, è il rapporto tra economia circolare e transizione alla neutralità climatica.

Il rapporto farà, inoltre, il punto della situazione aggiornando dati e proposte, anche alla luce del nuovo Piano di azione europeo per l’economia circolare. Saranno presentati gli indicatori e i numeri che consentono di misurare lo stato di avanzamento della circolarità nell’insieme dell’economia italiana e di profilare le azioni necessarie al raggiungimento della neutralità climatica in relazione alle sfide ambientali e al Green Deal.

Alla vigilia del lancio del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza quali sono le priorità per rilanciare l’economia circolare? Quali sono le principali sfide da affrontare? È in che modo lo sviluppo dell’economia circolare può contribuire anche al raggiungimento degli obiettivi sul clima.

La Conferenza vedrà l’apertura dei lavori con Luca Dal Fabbro, Vice Presidente Circular Economy Network e dalla presentazione del Rapporto da parte di Edo Ronchi, Presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Verrà poi avviato un confronto su questi temi, di grande valore strategico per il nostro Paese.

Moderati da Andrea Purgatori (Giornalista LA7) ne discuteremo con il Ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, con Maurizio Landini (Segretario generale, CGIL), Simona Bonafè (Parlamento Europeo), Stefano Ciafani (Presidente Legambiente), Maria Cristina Piovesana (Vice Presidente per l’Ambiente, Confindustria), Roberto Morabito, Presidente ICESP e Direttore dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali, Enea.

Vedi il programma di dettaglio
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Comunicato stampa Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

Venerdì 19 marzo evento online “Foreste e cambiamento climatico: due sfide per il futuro” con Giorgio Vacchiano e Federica Gasbarro

Prima che la pandemia entrasse prepotentemente nelle nostre vite, gli occhi del mondo erano puntati sui numerosi incendi che stavano devastando secolari foreste in Brasile, Australia, Siberia e in tante altre parti del mondo. Prima che la pandemia avesse inizio, migliaia di giovani e non solo manifestavano nelle piazze di tutto il mondo la loro preoccupazione per gli effetti del cambiamento climatico e l’immobilismo dei governi.

Per ricordare dove eravamo rimasti e ragionare sulle tante cose ancora da fare per contrastare il riscaldamento globale in corso, l’associazione culturale “il Taccuino di Darwin” ha organizzato l’evento online “Foreste e cambiamento climatico: due sfide per il futuro”.

I protagonisti dell’appuntamento – in programma venerdì 19 marzo e trasmesso sul sito e sul canale Youtube dell’associazione – saranno Giorgio Vacchiano, ricercatore indicato dalla rivista Nature come uno degli 11 scienziati emergenti nel mondo, docente di pianificazione e gestione forestale all’Università Statale di Milano, autore del libro “La resilienza del bosco”; e Federica Gasbarro, scrittrice e attivista per l’ambiente, autrice dei libri “Diario di una striker” e “Covid-19 e cambiamento climatico”, scelta dalle Nazioni Unite per rappresentare la sua generazione al vertice sul clima tenutosi a New York.

Durante l’evento si discuterà del fondamentale ruolo delle foreste e della divulgazione nella lotta al cambiamento climatico. L’appuntamento è per venerdì 19 marzo alle ore 18 sulla piattaforma Zoom e sui canali web dell’associazione. Per aggiornamenti e info: http://www.iltaccuinodidarwin.com

Cambiamenti climatici, gli scenari per l’Italia

I ritratti del clima atteso per l’Italia nei prossimi decenni: sessanta mappe, dieci indicatori, due scenari, tre periodi fino al 2100 per avere un’immagine di cosa ci dicono i modelli climatici del nostro paese. La Fondazione CMCC pubblica gli scenari climatici per l’Italia, un lavoro in divenire, frutto di una ricerca continua che lavora per migliorare la definizione e il dettaglio dei dati da rendere disponibili.

Una fotografia del clima atteso per l’Italia nei prossimi decenni presentata con una serie di mappe che sono a disposizione sul sito della Fondazione CMCC – Centro Euro-mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e che ritraggono il clima atteso fino alla fine del secolo. Molto dipenderà dalle scelte che si faranno in termini di percorsi di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, molto dipenderà da quanto la comunità internazionale saprà decidere al fine di contenere l’innalzamento della temperatura media del pianeta e le conseguenze che questo innalzamento comporta su diverse scale geografiche.

Queste mappe rappresentano uno strumento a disposizione di chiunque intenda conoscere di più  dei risultati della ricerca scientifica, soprattutto alle porte di un anno che si preannuncia molto intenso per i negoziati sul clima e che segna una serie di tappe in cui l’Italia ha un ruolo di primo piano (dalla presidenza del G20 fino ad ospitare gli eventi preparativi – Pre-Cop e la Cop dei giovani – della COP26 che si terrà Glasgow nel 2021).

I dati climatici pubblicati integrano le informazioni contenute nel Rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia”, e sono presentati in una forma fruibile che consente agli utilizzatori di navigare tra 10 indicatori climatici, due diversi scenari e tre periodi in cui sono suddivisi i decenni che ci dividono dal 2100.

“La scelta di questi indicatori e degli scenari si basa sulle richieste che abbiamo ricevuto in questi anni per la creazione degli scenari sull’Italia da parte di diversi ricercatori ed enti pubblici e privati che studiano gli impatti del cambiamento climatico sull’Italia” – spiegano Paola Mercogliano e Giuliana Barbato, che al CMCC si occupano dello sviluppo e dell’applicazione di modelli climatici su scala locale. “Si tratta comunque di una prima selezione che contiamo di arricchire nei prossimi mesi sempre sulla base delle nostre attività di ricerca e dell’interazione con la comunità che usa tali dati. Inoltre, attualmente stiamo lavorando allo sviluppo di nuove simulazioni con una risoluzione più elevata che consente, ad esempio, una miglior caratterizzazione delle aree urbane. Da queste simulazioni ci aspettiamo una miglior capacità di rappresentare sia contesti specifici, come quelli urbani, ma anche le scale subgiornaliere e gli eventi estremi. Speriamo quindi nei prossimi mesi di poter mettere a disposizione della comunità anche questi dati”.

Gli scenari climatici per l’Italia sono frutto di attività ricerca scientifica che ha utilizzato il Modello Climatico Regionale COSMO-CLM in una particolare configurazione specifica per l’Italia, sviluppata appositamente dalla Fondazione CMCC che è al lavoro per produrre nuove informazioni e nuovi scenari con un più elevato livello di dettaglio. Le mappe pubblicate, infatti, saranno aggiornate in futuro, poiché sono da intendersi come il frutto di una ricerca continua volta a migliorare la definizione dei dati prodotti e fornire così un supporto ancora più avanzato nella valutazione degli eventi estremi attesi per i prossimi decenni.

“Sono molteplici gli utilizzatori che possono essere interessati a questi dati e dalle mappe” – continuano Mercogliano e Barbato. “Sono a disposizione per le istituzioni e per chi si occupa di fare pianificazione a livello locale, ad esempio comuni e regioni, con cui abbiamo avuto diverse esperienze di collaborazione per quanto riguarda la definizione di strategie di adattamento, ma anche enti privati interessati a definire procedure per la valutazione del rischio climatico per i loro specifici settori. I dati sono ovviamente a disposizione per ricercatori che studiano gli impatti del cambiamento climatico su diversi settori quali l’agricoltura, la salute, il rischio geo-idrologico dalla scala locale a quella nazionale. Inoltre, anche al di fuori di uno specifico interesse personale, chiunque fosse interessato ad accrescere la propria conoscenza sul futuro dei cambiamenti climatici in Italia può trovare nel sito del CMCC un punto di riferimento costante”.

Pubblicati online in forma di mappe, i dati sugli scenari climatici per l’Italia sono disponibili per chiunque volesse disporne in altri formati. Ulteriori informazioni su come avere i dati sono accessibili inviando una mail ai contatti evidenziati nella pagina degli Scenari Climatici per l’Italia.

 

Comunicato stampa Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Mauro Buonocore – CMCC

mauro.buonocore@cmcc.it

www.cmcc.it

15 dicembre: presentazione del Rapporto ASviS su territori e sviluppo sostenibile

Si terrà martedì 15 dicembre alle ore 11.00, in diretta streaming, l’evento di lancio del Rapporto ASviS “I territori e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”. Per la prima volta, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile presenta un’analisi sulla sostenibilità dei territori.

Con la redazione di questo documento, l’ASviS mette a disposizione dei decisori e del pubblico in generale uno strumento che, attraverso indicatori statistici elementari e compositi, misura e analizza il posizionamento di regioni, province e città metropolitane, delle aree urbane e dei comuni, rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Il Rapporto rappresenta una modalità innovativa per comprendere se e in che misura le diverse aree del Paese si stanno muovendo su un sentiero orientato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale, a soli 10 anni dalla scadenza fissata dal piano d’azione delle Nazioni Unite, firmato da 193 Paesi, Italia compresa.

Il testo arricchisce e integra l’analisi condotta nel Rapporto ASviS 2020 pubblicato l’8 ottobre in occasione della conclusione del Festival dello sviluppo sostenibile. Offrendo una base informativa unica, il documento intende stimolare quel processo di “territorializzazione dell’Agenda 2030” suggerito dall’Onu, dall’Ocse e dalla Commissione europea, proprio mentre il Governo sta lavorando alla definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da finanziare con i fondi del Next Generation EU e si sta predisponendo l’accordo di partneriato per i fondi europei destinati ai diversi territori italiani.

Il Rapporto sui territori contiene anche un’analisi delle disuguaglianze territoriali in Italia, con particolare attenzione al Sud e alle aree interne, e presenta le proposte elaborate dall’ASviS alla luce delle linee guida del Pnrr per indirizzare il percorso di ripresa in una logica di sviluppo sostenibile. Inoltre, presenta casi concreti di buone pratiche messe in campo da attori istituzionali e non.

All’incontro, che cade in concomitanza con il 50esimo anniversario della nascita delle Regioni (istituite nel 1970), interverranno rappresentanti delle istituzioni nazionali, regionali e locali. L’evento, patrocinato dalla Rai, vedrà la collaborazione di Ansa e Tgr in qualità di Media parter. Sarà possibile seguire la diretta streaming non solo sui canali dell’Alleanza asvis.it, pagina Facebook e Youtube ASviSma anche su ansa.it e su ilsole24ore.com.

Programma

11:00 – 11:20   Interventi di apertura

Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati

Pierluigi Stefanini, Presidente dell’ASviS

11:20 – 13:00    I territori e lo sviluppo sostenibile

Introduce: Walter Vitali, Direttore di Urban@it, Coordinatore del Gruppo di lavoro sul Goal 11 dell’ASviS

Modera: Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS

Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province  Autonome

Anna Lisa Boni, Segretaria Generale di Eurocities

Giuseppe Camilleri, Senior Consultant UNDP/Art Brussels

Ilaria Caprioglio, Sindaca di Savona

Michele de Pascale, Sindaco di Ravenna, Presidente dell’Unione Province d’Italia

Laura Lega, Segretario Generale dell’Associazione nazionale dei funzionari dell’amministrazione civile dell’Interno

Giuseppe Provenzano, Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale

 

Comunicato stampa Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile

Green Economy Report di CONAI

Il prossimo 3 dicembre, alle ore 14.30, sarà presentato il nuovo Green Economy Report di CONAI, elaborato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in diretta su RiciclaTV, visibile dalla home page www.ricicla.tv.

La presentazione sarà l’occasione per scoprire i numeri della filiera del riciclo e i risultati in termini di benefici ambientali che il sistema rappresentato da CONAI e dai Consorzi di filiera ha portato al pianeta nel 2019.

Il presidente del Consorzio Nazionale Imballaggi Luca Ruini e il presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi illustreranno il documento, iniziando con un quadro sulla situazione del recupero dei rifiuti di imballaggio in Italia: un paese che traina il sistema dell’economia circolare europea con una percentuale di riciclo del 70% e un recupero complessivo che supera l’80%.

Saranno analizzati flussi e attività regionali, a cominciare dal totale dei rifiuti di imballaggio (oltre 5 milioni di tonnellate) conferiti in convenzione ANCI-CONAI nel 2019 per arrivare ai corrispettivi riconosciuti ai Comuni italiani, ai progetti per le aree in ritardo e al valore economico destinato dal sistema CONAI a supporto dell’attività di gestione dei rifiuti.

Il cuore della presentazione del Green Economy Report, elaborato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, sarà ovviamente la quantificazione dei benefici ambientali generati dal sistema: non solo i quantitativi di materia prima risparmiata, ma anche energia primaria risparmiata, emissioni di CO2 evitate e indotto economico generato dalla filiera (che nel 2018 superava già il mezzo miliardo di euro).

Non mancherà un’analisi sugli effetti dell’emergenza sanitaria e sull’impatto del COVID-19, con un focus sull’anno che sta per concludersi: saranno illustrati gli effetti della pandemia e i rischi cui è stata esposta la filiera del riciclo durante il primo lockdown, ma la presentazione sarà anche l’occasione per capire come il sistema consortile abbia retto quest’urto e come sia stato possibile mandare avanti le attività di raccolta mantenendo stabili (o addirittura in crescita) i quantitativi di materiali conferiti.

Fonte: Comunicato Stampa Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile