Mascherine e dispositivi di protezione individuale per proteggersi dal Coronavirus

La pandemia da coronavirus ha scatenato una nuova corsa all’oro: quella alle mascherine. Fino a poche settimane fa le mascherine erano un semplice strumento di lavoro, previste in un limitato numero di attività professionali e, in alcuni casi, osteggiate dai lavoratori quando venivano imposte a tutela della loro salute. Ora sono letteralmente sulla bocca di tutti (o quasi) e sono state oggetto di svariate notizie. Abbiamo visto rappresentanti istituzionali e tecnici indossarle in maniera errata, sappiamo di gente che le riutilizza per giorni senza considerare che molte tipologie sono monouso, leggiamo di metodi casalinghi per sanitizzarle e di persone senza scrupolo che le rubano per poi rivenderle. Abbiamo assistito addirittura a Stati che hanno bloccato o vietato la vendita di mascherine ad altre nazioni. Tante notizie ma anche tanta confusione e disinformazione in materia, così abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza basandoci sulle competenze di chi lavora nel campo della salute e sicurezza sul lavoro.

Mascherine o Dispositivi di Protezione Individuali?

Il primo chiarimento va dato in merito alla differenza tra le mascherine e i dispositivi di protezione individuali (DPI). Le mascherine sono quelle “da chirurgo”, solitamente monouso, che fungono da barriera fisica abbastanza limitata e più che altro fanno in modo che chi le indossa eviti di emettere particelle di saliva o starnuto all’esterno. In sostanza, proteggono gli altri più che il proprio utilizzatore.

I DPI sono invece dei veri e propri strumenti di protezione per chi li indossa, e ce ne sono di tantissimi tipi, distinti sulla base del loro potere filtrante. In questi giorni si sente molto parlare delle tipologie FFP1, FFP2 e FFP3: si tratta di una certificazione riconosciuta a livello europeo per classificare le maschere in base al loro potere protettivo e, semplificando, possiamo dire che le FFP1 filtrano circa il 78% delle particelle di polveri, fumo e aerosol esterno mentre le FFP2 filtrano circa il 92-95%. Le FFP3 hanno un potere filtrante maggiore, quasi del 100%.

FFP sta per “filtering face piece” e le tipologie 2 e 3 sono considerate le più efficaci nel contrasto al coronavirus. È bene però verificare se quelle acquistate o in proprio possesso sono considerate monouso (garantite cioè per 8 ore di attività continua) oppure se possono essere utilizzate più volte fino a esaurimento del potere filtrante. Le indicazioni si trovano sulle schede tecniche delle maschere e nelle informazioni presenti sulla confezione. Se vengono riportate le lettere “NR” significa che non sono riutilizzabili. C’è anche un altro aspetto da considerare: alcune di queste mascherine presentano una valvola che ha la funzione di permettere una migliore respirazione dell’utilizzatore. Questa valvola però riduce il contenimento delle particelle emesse dall’utilizzatore per cui protegge maggiormente chi utilizza la maschera rispetto agli esterni.

In sintesi: se tutti usassimo le mascherine chirurgiche limiteremmo notevolmente il rischio di contagio, tecnicamente però le migliori sono quelle classificate FFP2 e FFP3 senza valvola perchè garantiscono una efficace protezione sia per l’utilizzatore che per gli esterni. Negli Stati Uniti viene utilizzano un sistema diverso di classificazione: il NIOSH, che presenta dieci categorie diverse. In questo caso la corrispondenza con il sistema europeo si può semplificare considerando che una maschera classificata NIOSH N95 è paragonabile ad una FFP2 dato che ha un potere filtrante del 95%.

Misure di sanitizzazione

Esistono misure di sanitizzazione dei suddetti DPI ma sono tecniche che devono essere compiute da personale formato e per essere valide deve essere rilasciata una certificazione che confermi la corretta esecuzione dell’attività. In sostanza possono farlo solo alcuni soggetti professionalmente autorizzati. Metodi casalinghi basati sull’uso di alcol non sono verificabili né certificabili per cui non si possono considerare efficaci.

Mascherine non certificate CE e Decreto “Cura Italia”

In questo momento di emergenza lo Stato italiano ha emanato il DL n.18 del 17 marzo 2020 – meglio conosciuto come decreto “Cura Italia” – che, tra le varie disposizioni, consente ai datori di lavoro di fornire al personale anche le mascherine chirurgiche prive di marchio CE, facendole di fatto rientrare nell’elenco dei DPI utilizzabili per lavorare. Ad oggi tale disposizione, in linea con la Raccomandazione UE n° 2020/403 della Commissione Europa, è valida fino al termine dello stato di emergenza fissato dal Governo italiano al 31 luglio 2020. È però compito del datore di lavoro chiedere ai fornitori di mascherine o altri DPI non certificati la dimostrazione oggettiva dell’applicazione da parte loro dell’art. 15 del decreto “Cura Italia”. Tale articolo consente infatti di produrre, importare e immettere in commercio mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuali in deroga alle vigenti disposizioni, se i produttori hanno inviato all’Istituto Superiore di Sanità (per le mascherine chirurgiche) o all’INAIL (per i DPI) un’autocertificazione nella quale attestano le caratteristiche tecniche degli articoli e il rispetto dei requisiti di sicurezza. In aggiunta, dopo il terzo giorno dall’invio dell’autocertificazione, i produttori devono aver trasmesso ai competenti istituti ogni elemento utile alla validazione delle mascherine o dei DPI e possono cominciare la distribuzione e vendita solo a seguito dell’esito della valutazione circa la rispondenza alle normative vigenti, effettuata dall’istituto competente.

Ma quando vanno usate le mascherine?

Innanzitutto è bene ricordare che lo scorso 14 marzo i sindacati e il Governo hanno stabilito il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, in cui sono indicate tutte le disposizioni che le aziende (quelle autorizzate a continuare l’attività lavorativa) devono rispettare pena l’arresto immediato dell’attività. Tra le misure più importanti c’è quella di rispettare la distanza di sicurezza, vale a dire che ogni lavoratore deve rimanere distante almeno 1 metro da ogni altro collega per tutta la durata dell’attività lavorativa. Se tale distanza viene rispettata non è obbligatorio dotare i lavoratori di mascherine o DPI. Al contrario, se tale distanza non può essere garantita i lavoratori possono lavorare solo se viene loro fornito un’idonea maschera. Di recente il protocollo è stato aggiornato e integrato in vista della “fase 2” che è partita il 4 maggio e che riguarda l’avvio di un maggior numero di attività produttive.

Le novità introdotte in merito all’uso delle mascherine sono:

  1. il fatto che viene dato mandato alle singole aziende di stabilire l’uso dei dispositivi di protezione individuale da adottare sulla base della specifica valutazione dei rischi;
  2. l’uso delle mascherine nei casi in cui i lavoratori condividano spazi comuni. Tutto questo se il mercato lo consente, infatti, nella premessa del relativo paragrafo si legge che l’adozione delle misure di igiene e dei dispositivi di protezione individuali (…) è evidentemente legata alla disponibilità in commercio.

Fuori dall’ambiente lavorativo alcune Regioni, ad esempio Lombardia e Toscana, hanno imposto l’uso delle mascherine a tutte le persone che per motivi di necessità escono da casa ed è probabile che anche altri governi regionali faranno lo stesso. A parte questi territori e al di là dei “luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza” (DPCM 26 aprile 2020), non c’è obbligo di usare la mascherina a meno che non si è tra le persone contagiate dal coronavirus”

È bene segnalare che le suddette disposizioni potrebbero essere soggette a cambiamenti nelle prossime settimane. Proprio in questi giorni l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sta valutando un nuovo studio del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston secondo cui le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono volare nell’aria per distanze ben più ampie di un metro. Se lo studio verrà confermato potrebbero essere riviste a livello mondiale le raccomandazioni sull’uso delle mascherine.

Conviene perciò rimanere aggiornati sugli sviluppi consultando sempre organi d’informazione autorevoli e facendo attenzione a non incappare in una delle tante fake news che circolano in questi giorni.

Andrea Merusi

Articolo pubblicato sulla rivista “PuntoSicuro” – 12/05/2020

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Approfondimento: l’infezione da coronavirus sul lavoro è da considerarsi infortunio sul lavoro?

Le ultime disposizioni legislative hanno equiparato l’infezione da coronavirus, contratta in occasione di lavoro, ad infortunio sul lavoro per causa virulenta, prevedendo l’accesso dell’infortunato alla tutela INAIL (Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020, art. 42, co. 2). Ad oggi l’ambito di tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, ma anche altre categorie che operano in costante contatto con l’utenza, come i lavoratori impiegati in front-office e alla cassa, gli addetti alle vendite/banconisti, il personale non sanitario degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, e gli operatori del trasporto infermi.

Questa disposizione lascia tuttavia presagire l’emersione di possibili futuri contenziosi volti a far valere rivendicazioni nei confronti di aziende operanti nei più svariati settori, che abbiano omesso di prevenire il rischio in maniera compiuta. In buona sostanza, potremmo trovarci un domani a dover gestire situazioni risarcitorie o contenziosi di lavoratori a cui è stato chiesto di continuare a lavorare e che potrebbero accampare il fatto di aver contratto il virus in ambito lavorativo.

Pertanto, per una migliore tutela processuale dell’azienda stessa oltre che per una migliore protezione dei lavoratori, l’invito è di rispettare in maniera scrupolosa il Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro”, sottoscritto il 14 marzo 2020, e in particolare, si suggerisce di:

  • estrapolare da questo protocollo delle procedure operative di gestione dell’emergenza specifiche per la propria attività (che potrebbero costituire un addendum del nostro DVR o Sistema di Gestione): questo significa dichiarare e specificare in corrispondenza di ciascun punto contenuto nel protocollo cosa l’azienda ha fatto o deciso di fare;
  • documentare tutte le scelte adottate oggi e che potremmo trovarci a giustificare in futuro, relative per esempio ai DPI adottati e consegnati ai lavoratori (se non ho disponibilità di FFP2 o FFP3 conservare le pezze giustificative dei fornitori), alle procedure e modalità di sanificazione degli ambienti di lavoro e dei punti di maggior contatto (da farsi giornalmente e che ricordo essere pre-requisito essenziale per la prosecuzione delle attività), alle misure generali adottate per evitare il contagio (es. contingentare gli spostamenti interni del personale, prediligere i turni fissi in modo da evitare la cross contamination tra i lavoratori, ecc.).

Nel caso riteneste opportuno un sopralluogo di un nostro esperto per la verifica delle procedure adottate contattateci attraverso la sezione “contatti”.

Paolo Amandi

RSPP e Consulente Sicurezza e Salute sul lavoro

 

Rinvio scadenza presentazione Modello Unico di Dichiarazione ambientale (MUD)

Il Decreto Legge 17 marzo 2020 n. 18, pubblicato sulla G.U. del 17 marzo 2020, prevede il rinvio della presentazione di diverse comunicazioni in campo ambientale.

L’art. 113 (Rinvio di scadenze adempimenti relativi a comunicazioni sui rifiuti) stabilisce che sono prorogati al 30 giugno 2020 i termini di:

a) presentazione del modello unico di dichiarazione ambientale (MUD) di cui all’articolo 6, comma 2, della legge 25 gennaio 1994, n. 70;

b) presentazione della comunicazione annuale dei dati relativi alle pile e accumulatori immessi sul mercato nazionale nell’anno precedente, di cui all’articolo 15, comma 3, del decreto legislativo 20 novembre 2008, n. 188, nonché trasmissione dei dati relativi alla raccolta ed al riciclaggio dei rifiuti di pile ed accumulatori portatili, industriali e per veicoli ai sensi dell’articolo 17, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 20 novembre 2008, n. 188;

c) presentazione al Centro di Coordinamento RAEE della comunicazione di cui all’articolo 33, comma 2, del decreto legislativo n. 14 marzo 2014, n. 49;

d) versamento del diritto annuale di iscrizione all’Albo nazionale gestori ambientali di cui all’articolo 24, comma 4, del decreto 3 giugno 2014, n. 120.

 

In merito al MUD, nel mese di gennaio 2020 il Ministero dell’Ambiente aveva confermato per il 2020 il modello e le istruzioni per la presentazione del Modello Unico di Dichiarazione ambientale (MUD) dell’anno 2019, che dovrà essere utilizzato per le dichiarazioni da presentare, entro il 30 giugno 2020, con riferimento all’anno 2019.

Rimangono dunque immutati rispetto al 2019:
– struttura del modello, articolato in sei comunicazioni;
– informazioni da trasmettere;
– soggetti obbligati alla presentazione del MUD, definiti dall’articolo 189, comma 3 del D.lgs. 152/2006 ovvero trasportatori, intermediari senza detenzione, recuperatori, smaltitori, produttori di rifiuti pericolosi, produttori di rifiuti non pericolosi da lavorazioni industriali, artigianali e di trattamento delle scorie con più di 10 dipendenti, Comuni;
– modalità di presentazione:
1. le Comunicazioni Rifiuti, RAEE, Imballaggi e Veicoli fuori uso vanno inviate per via telematica tramite il sito www.mudtelematico.it;
2. la Comunicazione rifiuti semplificata va compilata tramite il sito www.mudsemplificato.ecocerved.it e trasmessa via PEC all’indirizzo comunicazionemud@pec.it.

REACH: analisi del Regolamento Europeo n°1907 del 2006

Il Regolamento Europeo n°1907 del 2006, meglio conosciuto come REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemical substances), è la principale normativa di riferimento per la gestione, in territorio europeo, delle sostanze chimiche ritenute pericolose per la salute e l’ambiente. Tale regolamento, oltre ad uniformare i documenti degli stati membri in materia, ha lo scopo di eliminare gradualmente dal commercio tutte le sostanze ritenute pericolose attraverso un meccanismo di notifica, restrizione e autorizzazione all’uso di tali sostanze.

Semplificando possiamo dire che ci sono delle sostanze che a seguito di consultazioni pubbliche e controlli da parte dell’ente europeo preposto, l’ECHA, vengono inserite in un elenco (Allegato XIV) che impone a produttori e commercianti di tali sostanze di richiedere un’apposita autorizzazione per l’utilizzo.

Le sostanze ritenute pericolose, prima di entrare nell’allegato XIV, vengono inserite nella Candidate List. Tale lista è in continuo aggiornamento ed è consultabile dal sito: https://echa.europa.eu/it/candidate-list-table

Periodicamente l’ECHA lancia delle consultazioni pubbliche sulle bozze di raccomandazioni per l’inclusione delle sostanze nell’Allegato XIV.

Le parti interessate possono rispondere alla consultazione e inviare i propri commenti accedendo alla sezione “Dettagli” disponibile per ciascuna sostanza in esame. Sulla base dei commenti ricevuti l’ECHA può modificare la sua bozza di raccomandazione riguardando, ad esempio, le disposizioni in materia di autorizzazione come i termini di scadenza e le condizioni d’uso di ogni sostanza selezionata.

Nuovo Coronavirus (CODIV-19). Cos’è e cosa devono fare le attività produttive

Dal sito del Ministero della Salute si legge che i Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie respiratorie più gravi. Nel dicembre 2019 a Wuhan, Cina, è stato identificato un nuovo ceppo di coronavirus (a cui è stato dato il nome di SARS-CoV-2), precedentemente mai riscontrato nell’uomo; tale virus è il responsabile della malattia ribattezzata COVID-19.

Come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo Coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie; raramente può essere fatale.

Il nuovo Coronavirus si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le  goccioline del respiro delle persone infette ad esempio tramite:

  • la saliva, tossendo e starnutendo,
  • contatti diretti personali,
  • le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi.

Normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.

 

Misure previste per le attività produttive

Per quanto riguarda le attività produttive, ai Comuni lombardi considerati “focolai” del virus (Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo, San Fiorano) si applica l’ordinanza firmata il 21 febbraio 2020 dal Ministro della Salute e dal Presidente della Regione Lombardia che impone le seguenti misure obbligatorie:

  • Sospensione di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle di pubblica utilità.
  • Sospensione delle attività lavorative per le imprese dei comuni sopraindicati, ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali tra cui la zootecnia, e quelle che possono essere svolte al proprio domicilio.
  • Sospensione dello svolgimento delle attività lavorative per i lavoratori residenti nei comuni sopraindicati, anche al di fuori dell’area indicata, ad esclusione di quelli che operano nei servizi essenziali.
  • Interdizione delle fermate dei mezzi pubblici nei comuni sopraindicati.
  • In relazione a quanto sopra, le imprese di tali comuni sono chiamate ad attenersi alle disposizioni dell’Ordinanza, in attesa che dagli organi ufficiali arrivino indicazioni aggiornate anche per quanto riguarda i tempi di vigenza delle stesse.

Per le imprese presenti nei Comuni non interessati dal focolaio non si applicano le suddette misure ma si richiama l’attenzione sul rispetto da parte dei propri collaboratori delle regole comportamentali di igiene: lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni a base di alcol; mantenere una certa distanza – almeno un metro – dalle altre persone, in particolare quando tossiscono o starnutiscono o se hanno la febbre; evitare di toccarsi occhi, naso e bocca con le mani se presenti febbre, tosse o difficoltà respiratorie e se si ha viaggiato di recente in Cina o se si è stati in stretto contatto con una persona ritornata dalla Cina.

E’ facoltà delle aziende adottare procedure o protocolli più cautelativi rispetto alla proprie esigenze e attività, come, ad esempio chiedere ai propri fornitori provenienti dai territori maggiormente colpiti dal virus di sospendere consegne per 15 giorni.

 

Va aggiornato il Documento di Valutazione del Rischio?

Qualcuno ha posto il problema se è necessario aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) come previsto dal D.lgs 81/2008. A tal proposito l’Ing Stefano Tarlon di InformARS ricorda che l’art. 271 comma 4 specifica che nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’allegato XLIV, che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria. L’elenco riportato nell’allegato citato presenta tipologie di attività in cui non c’è l’uso deliberato di agenti biologici ma il lavoratore può venire a contatto con essi, quindi se non c’è uso deliberato oppure non si rientra tra le categorie in cui può essere un contatto con agenti biologici il DVR non va aggiornato.

E’ però importante che il Datore di Lavoro, nell’applicazione dei suoi doveri derivanti dall’art. 2087 del codice civile, informi e si attivi con adeguate misure preventive e definisca le regole che i lavoratori devono seguire per limitare il contagio e contenere il rischio. Quindi si ritiene opportuno adottare misure preventive adeguate e dare informazioni corrette ai lavoratori per evitare inutili paure, attenendosi soprattutto alle disposizioni del Ministero della Sanità.

IX rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia

Il 24 giugno 2020, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, verranno presentati i dati statistici del IX Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia.

L’indagine è il punto di riferimento mediatico, istituzionale e accademico per tutti coloro che vogliono capire come cresce il trend della CSR e della sostenibilità nel nostro Paese e chi sono i suoi protagonisti: registra gli investimenti, l’attenzione per i dipendenti, l’ambiente, il risparmio delle risorse, il coinvolgimento degli stakeholders e valorizza le imprese che indirizzano i loro sforzi per diventare “best in class”.

Il Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia è redatto dall’Osservatorio Socialis. Per ulteriori informazioni visita il sito: www.osservatoriosocialis.it

REACH: pubblicazione di una appendice alle linee guida “Registrazione” e “Orientamenti all’identificazione e alla denominazione delle sostanze”

L’ECHA ha recentemente pubblicato una nuova appendice a due linee guida relative al REACH che riguarda le sostanze in nanoforma. Tale appendice allinea le linee guida ECHA agli allegati REACH che sono stati rivisti con Regolamento (UE) 2018/188 per ricomprendervi indicazioni specifiche per le nanoforme delle sostanze.

Per informazioni: https://echa.europa.eu/it/home

FGAS: nuova disciplina sanzionatoria in vigore dal 17 gennaio

Dal 17 gennaio entrano in vigore le nuove sanzioni per la violazione degli obblighi della disciplina Fgas, introdotte dal D.Lgs. 5 dicembre 2019, n. 163.

È stato pubblicato il Decreto Legislativo 5 dicembre 2019, n. 163 che introduce una nuova disciplina sanzionatoria per la violazione degli obblighi di cui al Regolamento (UE) n. 517/2014 sui gas fluorurati a effetto serra e dei relativi regolamenti di esecuzione della Commissione europea, attuati con decreto del Presidente della Repubblica 16 novembre 2018, n. 146.
Per la maggior parte delle infrazioni sono previste sanzioni amministrative pecuniarie, che vanno da 150 a 150.000 euro.
Per l’uso improprio dell’esafluoruro di zolfo (art. 11) e la violazione di alcune prescrizioni relative alla commercializzazione degli idrofluorocarburi (art. 13; es. senza aver ottenuto l’assegnazione della rispettiva quota) sono previste delle sanzioni penali, con arresto da tre a nove mesi o ammenda da 50.000 a 150.000 euro.
Il provvedimento completa l’implementazione a livello nazionale del nuovo Regolamento europeo sugli Fgas in quanto va a sostituire, abrogandolo, il precedente Decreto sanzioni (Decreto Legislativo 5 marzo 2013, n. 26) che attuava il Regolamento europeo sugli Fgas antecedente.
La nuova disciplina sanzionatoria entra in vigore dal 17 gennaio 2020.

Pubblicata la nuova ISO 14001:2015

Chi lavora nel campo delle certificazioni e in particolare in quello dei sistemi di gestione avrà seguito per mesi i vari passaggi di revisione di due delle più importanti norme ISO (International Organization for Standardization): quella di qualità ISO 9001 e quella ambientale 14001.

Ebbene, l’iter di revisione della norma ISO 14001:2004 iniziato nel febbraio 2012 ha raggiunto il suo compimento lo scorso 15 settembre con la pubblicazione ufficiale della nuovissima ISO 14001:2015.

Prima di affrontare gli aspetti più importanti di questa nuova revisione è bene specificare che la ISO 14001, nata nel 1996 sulla spinta degli impegni internazionali proposti durante la conferenza di Rio de Janeiro in cui si parlò a livello globale di sviluppo sostenibile, è uno degli standard più diffusi al mondo e ogni anno registra più di 300.000 certificati emessi a livello globale.

In Italia, a gennaio 2014, si registravano 17.613 certificati ISO 14001, circa il 7% in più rispetto all’anno 2013. Un trend positivo che si conferma ormai di anno in anno e che pone il nostro Paese ai primi posti a livello mondiale per numero di imprese certificate. La distribuzione delle regioni nella classifica nazionale vede la Lombardia al primo posto (2.954 ISO 14001, rappresentati il 17% del totale); seguita dall’Emilia-Romagna al secondo posto (1.933 ISO 14001, rappresentanti l’11% del totale) e il Veneto (1.775 ISO 14001, rappresentanti il 10% del totale) che supera il Piemonte e si colloca al terzo posto.

La certificazione ISO 14001, che non è una certificazione di prodotto ma di processo, non è obbligatoria ma è frutto della scelta volontaria di un’organizzazione che decide di implementare e mantenere attivo un proprio sistema di gestione ambientale. Con la ISO 14001 si attesta che l’organizzazione ha un sistema di gestione adeguato a tenere sotto controllo gli impatti ambientali delle proprie attività, e che l’organizzazione stessa ricerca sistematicamente il miglioramento dei propri processi in modo coerente, efficace e soprattutto sostenibile.

Tra le principali novità introdotte in questa nuova revisione segnaliamo l’allargamento del perimetro di applicazione verso nuove sfide ambientali; sono state infatti recepite le considerazioni del Report ISO “Future Challenges for EMS” e in particolare è stata data maggiore importanza agli aspetti del ciclo di vita del prodotto, a partire dalla fase di progettazione e scelta delle materie prime fino alla fase di smaltimento/recupero e fine vita del prodotto. E’ stata data anche maggiore importanza al coinvolgimento della direzione aziendale, alle iniziative proattive volte ad un miglioramento delle performance ambientali e alla comunicazione interna ed esterna.

L’importanza delle certificazioni ambientali sta nell’avere a disposizione uno strumento e una linea guida operativa per implementare un vero processo di sviluppo sostenibile aziendale che permette di lavorare nel rispetto dell’ambiente, ovvero in modo che le risorse naturali vengano utilizzate evitando il sovra sfruttamento e gli sprechi. Garantendone l’utilizzo anche alle generazioni future.

La revisione è il frutto del lavoro svolto dai 121 membri esperti del comitato tecnico ISO/TC 207/SC 1 per lo sviluppo ambientale. La nuova ISO 14001:2015 è disponibile sia in lingua inglese che in italiano presso il sito web ufficiale delle norme UNI (www.uni.com) o delle norme ISO (www.iso.org).

Andrea Merusi

Rifiuti e normative, cosa cambia dopo il primo giugno?

Il primo giugno sarà una data importante per chi opera nel campo della gestione dei rifiuti e per i produttori di rifiuti speciali in generale. Lo scorso dicembre, infatti, l’Unione Europea ha emanato due importanti normative in tema di classificazione e caratterizzazione dei rifiuti: il Regolamento n.1357/2014 e la Decisione della commissione 955/2014, pubblicati in Gazzetta Ufficiale rispettivamente in data 19 e 30 dicembre. Un regalo di Natale e uno di capodanno che hanno modificato significativamente il quadro normativo sui rifiuti e hanno creato non poca confusione per gli addetti ai lavori.
Nonostante la mole di riferimenti normativi cerchiamo di spiegare in maniera più chiara possibile da dove nasce la necessità di emanare questi regolamenti e quali sono le conseguenze per le aziende produttrici di rifiuti.

Le nuove normative nascono col fine di allineare la classificazione dei rifiuti, in particolare quelli pericolosi, al Regolamento UE 1272/2008, meglio conosciuto come CLP, che riguarda la classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze e delle miscele pericolose. Questo regolamento, che non si applica ai rifiuti, richiama però delle classi di pericolosità per le sostanze che si ritrovano, seppur con alcune differenze, anche nella normativa che attualmente regola la classificazione di pericolosità dei rifiuti. Al fine quindi di rendere più omogenee le normative in questione l’Unione Europea ha emanato le suddette disposizioni in materia di rifiuti che nei fatti modificano la procedura metodologica per l’individuazione del codice identificativo da attribuire al rifiuto, i limiti di concentrazione e le procedure di determinazione delle caratteristiche di pericolo. Dal primo giugno vedremo quindi indicate con “HP” le classi di pericolo attribuite ai rifiuti (oggi vengono indicate con la sola lettera “H” e questo sembra creare confusione con il CLP che utilizza la stessa lettera per classi di pericolosità differenti). Per i rifiuti infiammabili non esisterà più la distinzione tra H3A e H3B (facilmente infiammabili e infiammabili) e, in aggiunta, il limite di infiammabilità che porta all’attribuzione della nuova caratteristica di pericolo HP3 non sarà più 55°C ma saranno considerati infiammabili tutti i rifiuti liquidi con un punto di infiammabilità minore di 60°C. Ma senza dubbio i principali cambiamenti si verificheranno per quei rifiuti chiamati “a specchio” che se oggi sono considerati non pericolosi, dopo il primo di giugno potrebbero diventarlo. E qui entra in gioco anche il legislatore italiano che con la legge n.116/2014 ha legiferato in autonomia sulle stesse questioni entrando in conflitto con i regolamenti europei che comunque dal primo di giugno avranno la meglio. Senza entrare nel dettaglio della questione, che richiederebbe un tempo ed uno sforzo notevole, segnaliamo solamente che a seguito della legge n.116 il rifiuto classificato con codice CER “pericoloso assoluto” è pericoloso senza alcuna ulteriore specificazione, mentre il rifiuto classificato con codice CER “non pericoloso assoluto” non è pericoloso punto e basta! Il problema si pone per i suddetti rifiuti con CER a specchio, la cui determinazione di pericolosità dovrà essere per forza certificata da un’analisi del rifiuto. Tradotto vuol dire che: il produttore, prima dell’attribuzione del codice CER al proprio rifiuto, deve far fare un’analisi dello stesso ad un laboratorio autorizzato che seguendo le nuove indicazioni metodologiche previste dalla Decisione UE 955/2014 e dal Regolamento 1357/2014, in vigore dal 1° di giugno, determineranno la pericolosità o meno del rifiuto stesso.

Per ulteriori dettagli in merito si rimanda ai regolamenti sopraccitati anche se districarsi tra le varie normative non è cosa semplice. Considerando che il periodo transitorio per l’adeguamento alle novità è praticamente inesistente (le disposizioni saranno pienamente operative allo scoccare della mezzanotte del 1° giugno) il Ministero dell’Ambiente italiano dovrebbe emanare a breve un decreto che faccia chiarezza sulle disposizioni in merito.
Nel frattempo però il consiglio che viene dato dalle associazioni di categoria e dagli studi di consulenza alle aziende produttrici di rifiuti è quello di incominciare ad individuare quali dei propri rifiuti potrebbero ricadere in categorie “a specchio”, quindi smaltirli secondo le attuali disposizioni entro la fine di maggio, e dopo il primo di giugno mettere in conto un’analisi degli stessi per verificarne l’effettiva nuova pericolosità.

Andrea Merusi