Coronavirus: dal 15 ottobre obbligo di Green Pass per accedere nei luoghi di lavoro

Dal 15 ottobre fino al 31 dicembre 2021 (data attualmente prevista per il termine dello stato di emergenza), chiunque svolge un’attività lavorativa nel settore privato, per accedere nei luoghi in cui svolge tale attività, deve essere in possesso del Green Pass ed esibirlo su richiesta.

Come per il settore pubblico, tale disposizione si applica anche a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso tali strutture, anche sulla base di contratti esterni. La verifica del rispetto di questa prescrizione è effettuata sia dalla struttura, sia dai datori di lavoro dei soggetti esterni.

I datori di lavoro, entro il 15 ottobre 2021, devono definire le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche, prediligendo ove possibile i controlli all’accesso ai luoghi di lavoro, nel caso anche a campione, e devono individuare, con atto formale, i soggetti incaricati dell’accertamento e della contestazione delle eventuali violazioni

Il decreto prevede che il personale, che comunica di non avere il Green Pass o ne risulti privo al momento dell’accesso al luogo di lavoro, sia considerato assente ingiustificato, fino alla presentazione della Certificazione verde Covid-19 (e comunque non oltre il 31 dicembre 2021), senza diritto alla retribuzione né altro compenso o emolumento. Non sono previste conseguenze disciplinari e si mantiene il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. 

Per le aziende con meno di 15 dipendenti, è prevista una disciplina volta a consentire al datore di lavoro di sostituire temporaneamente il lavoratore privo di Green Pass.

È prevista la sanzione pecuniaria da 600 a 1500 euro per i lavoratori che abbiano avuto accesso al luogo di lavoro violando l’obbligo di Green Pass; mentre il datore di lavoro che non abbia verificato il rispetto delle disposizioni in materia di accesso ai luoghi di lavoro o che non abbia predisposto le corrette modalità di verifica è passibile di una sanzione compresa tra 400 e 1000 euro e in caso di reiterata violazione sarà raddoppiata.

Si ricorda che le sanzioni verranno irrogate dal Prefetto, il quale si avvarrà delle Forze di polizia, del personale ispettivo dell’azienda sanitaria locale e dell’Ispettorato del lavoro.

Certificazioni verdi Covid-19

Il decreto apporta inoltre delle modifiche al DL 22 aprile 2021, n. 52(5), convertito con modificazioni dalla Legge 17 giugno 2021, n. 87(6); in particolare:

1. La Certificazione verde Covid-19 attesta una delle seguenti condizioni:

  • avvenuta vaccinazione anti-SARS-CoV-2, al termine del prescritto ciclo.
  • avvenuta guarigione da Covid-19, con contestuale cessazione dell’isolamento prescritto in seguito ad infezione da SARS-CoV-2;
  • effettuazione di test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus SARS-CoV-2;
  • avvenuta guarigione da Covid-19 dopo la somministrazione della prima dose di vaccino o al termine del prescritto ciclo.

 2. La Certificazione viene rilasciata nei seguenti casi:

  • in caso avvenuta vaccinazione, con validità dal 15° giorno successivo alla somministrazione della prima dose fino al completamento del ciclo vaccinale e con validità di dodici mesi dal completamento del ciclo vaccinale;
  • in caso di avvenuta guarigione da Covid-19, con una validità di sei mesi dall’avvenuta guarigione; se, a seguito di precedente infezione da SARS-COV-2 e successiva guarigione, viene somministrata una dose di vaccino, la validità è di dodici mesi dalla data di somministrazione;
  • in caso di tampone molecolare o rapido, risultato negativo, con validità di 48 ore dall’esecuzione del test;
  • in caso di infezione da SARS-COV-2 oltre il quattordicesimo giorno dalla somministrazione della prima dose di vaccino nonché a seguito del prescritto ciclo, con successiva guarigione, con validità di dodici mesi a decorrere dall’avvenuta guarigione.

In conclusione è bene considerare che la situazione è in continua evoluzione e che nelle prossime settimane ci potranno essere ulteriori novità.

Paolo Amandi

RSPP e Consulente Salute e Sicurezza sul Lavoro

Osservatorio HSE (Health Safety Environment): un progetto per diffondere la cultura della sostenibilità aziendale e della sicurezza sul lavoro

Prima delle norme, prima della formazione e prima ancora dei controlli, la tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e delle lavoratrici è un fatto culturale. Lo sostengono molti addetti ai lavori e ne sono convinti i tanti attivisti che da anni si impegnano per una maggiore sostenibilità del mondo industriale. I fatti e i dati in Italia ci dicono però che siamo ancora molto lontani dall’obbiettivo di fare della sostenibilità il principio fondamentale su cui costruire l’intera attività imprenditoriale. Proprio mentre sto scrivendo questo primo editoriale mi è giunta la notizia dell’ennesima morte sul lavoro; e leggendo i report periodici dell’INAIL si scopre che ogni anno perdono la vita sul lavoro più di mille persone (1.156 denunce d’infortunio con esito mortale nel 2019, 677 morti sul lavoro nel 2021 al 31 luglio). Anche sul fronte ambientale molti passi avanti devono essere fatti: ad esempio la gestione dei rifiuti speciali nel nostro Paese presenta molte criticità e nei mesi scorsi numerosi impianti di stoccaggio, che non sapevano dove destinare i tanti (troppi) rifiuti prodotti dalle aziende, hanno preso fuoco per cause non sempre chiare. E non dimentichiamo i danni economici e sociali – oltre che ecologici – causati dal cambiamento climatico e quindi dalle troppe emissioni di CO2 rilasciate quotidianamente dalle nostre attività.

Ma un trend positivo e che riaccende le speranze viene dall’analisi del numero di aziende in Italia che nel corso degli ultimi anni si sono impegnate in progetti di Responsabilità Sociale d’Impresa. Dai report pubblicati dall’Osservatorio Socialis si evince che sempre più aziende stanno investendo in vari settori della sostenibilità con importanti ritorni economici e d’immagine. Inoltre, sempre più realtà produttive hanno accettato la sfida dettata dai 17 obbiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e hanno implementato sistemi di gestione, certificati, fondamentali per il loro raggiungimento.

Dalla volontà di dare un contributo concreto a queste tematiche, comunicandole in maniera autorevole e affiancando le aziende a far propri i principi dello sviluppo sostenibile, nasce l’Osservatorio HSE (Health, Safety and Environment) che si pone l’obbiettivo primario di diffondere la cultura della tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e delle lavoratrici. Nasce per ricordare l’importanza dei diritti umani e della responsabilità sociale che ogni realtà produttiva ha nei confronti dei cittadini e del proprio Paese.

Ci impegniamo fin da subito a trattare con rigore scientifico tutti i temi analizzati, convinti che la scienza è fondamentale per raggiungere molti degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, e, pertanto, per garantire un futuro sostenibile.

Questo nuovo progetto si baserà sulla collaborazione di professionisti che da anni si impegnano con passione su queste tematiche. Forniremo analisi e dossier, momenti di formazione e approfondimento, consulenze personalizzate per adempiere alle normative di settore, risolvere eventuali problematiche o per perseguire un miglioramento continuo. Ci impegniamo ad aiutare le aziende ad intraprendere la strada della sostenibilità e a comunicare correttamente i risultati ottenuti, convinti che solo così l’intera società potrà guardare con ottimismo il proprio futuro e quello delle prossime generazioni.

Andrea Merusi

Osservatorio HSE

Mobilità sostenibile: pubblicate le nuove linee guida per la redazione e l’implementazione dei Piani degli Spostamenti Casa-Lavoro

La mobilità sostenibile non è un tema nuovo in Italia, il primo importante decreto risale infatti al 1998 (Decreto Ministeriale 27/03/1998, meglio conosciuto come “Decreto Ronchi”); nei giorni scorsi però si è inserita nel quadro normativo italiano una rilevante novità: lo scorso 4 agosto il Ministero della Transizione Ecologica e il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili hanno approvato, con Decreto Interdirettoriale n. 209 del 4 agosto 2021 (attuativo del decreto interministeriale n. 179 del 12 maggio 2021) le Linee guida per la redazione e l’implementazione dei PSCL – Piani degli Spostamenti Casa-Lavoro da parte dei Mobility manager.

La novità più rilevante introdotta dalla norma è quella che prevede che imprese e pubbliche amministrazioni con singole unità locali con più di 100 dipendenti ubicate in un capoluogo di Regione, in una Città metropolitana, in un capoluogo di Provincia ovvero in un Comune con popolazione superiore a 50.000 abitanti, debbano redigere e adottare un Piano di Spostamento Casa Lavoro del proprio personale dipendente finalizzato alla riduzione dell’uso del mezzo di trasporto privato individuale, nonché nominare un mobility manager con funzioni di supporto professionale continuativo alle attività di decisione, pianificazione, programmazione, gestione e promozione di soluzioni ottimali di mobilità sostenibile.

Come si legge dal sito del Ministero della Transizione Ecologica: obiettivo della norma è consentire la riduzione strutturale e permanente dell’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare nelle aree urbane e metropolitane, promuovendo la realizzazione di interventi di organizzazione e gestione della domanda di mobilità delle persone che consentano la riduzione dell’uso del mezzo di trasporto privato motorizzato individuale negli spostamenti sistematici casa-lavoro e favoriscano il decongestionamento del traffico veicolare.

La redazione e l’implementazione dei PSCL era prevista nell’articolo 3 del decreto interministeriale n. 179 del 12 maggio 2021, e analizzando per punti il documento si evidenziano i seguenti aspetti fondamentali per la redazione del piano.

Con gli articoli 2, 6 e 7 vengono definite due figure chiave: il “mobility manager aziendale”, cioè un dipendente o un professionista esterno in possesso di un’elevata e riconosciuta competenza e/o comprovata esperienza nel settore della mobilità sostenibile, dei trasporti o della tutela dell’ambiente; il “mobility manager d’area”, figura specializzata nel supporto al Comune territorialmente competente e impiegato nella definizione e implementazione di politiche di mobilità sostenibile.

I compiti di queste due figure possono essere così riassunti: il mobility manager aziendale deve promuovere e realizzare interventi che consentano la riduzione dell’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare durante gli spostamenti casa-lavoro dei lavoratori della dell’azienda per cui lavora. Questo si concretizza attraverso la redazione di un Piano di Spostamento Casa Lavoro che una volta realizzato va mantenuto aggiornato e monitorato, anche sulla base delle indicazioni ricevute dal Comune territorialmente competente a cui il documento va spedito, entro 15 giorni dall’adozione. A tal proposito il mobility manager aziendale è la persona incaricata a curare i rapporti con enti pubblici e privati coinvolti nella gestione degli spostamenti del personale dipendente ed è tenuto a promuovere con il mobility manager d’area azioni di formazione e indirizzo per incentivare l’uso della mobilità ciclo-pedonale, dei servizi di trasporto pubblico e dei servizi ad esso complementari. Come detto il mobility manager aziendale può essere anche un tecnico estero all’azienda ma, proprio per le attività che deve svolgere in maniera continuativa, è consigliabile individuarlo all’interno dell’organizzazione, sempre rispettando i requisiti di professionalità ed esperienza. In quest’ottica eventuali corsi di formazione per diventare “mobility manager” possono essere utili ma non obbligatori. La norma non parla mai di percorsi formativi necessari per svolgere l’incarico, e quindi, ad oggi, non esistono corsi che abilitano alla professione.

Come si evince da quanto riportato sopra, il mobility manager d’area è di fatto la persona di raccordo tra i mobility manager aziendali e i Comuni, da cui sono nominati con compiti di supporto nella definizione e implementazione di politiche di mobilità sostenibile.

Il piano degli spostamenti casa-lavoro (PSCL) – dettagliato nell’articolo 3 del decreto – è lo strumento che consente di pianificare gli spostamenti sistematici casa-lavoro del personale. Deve individuare le misure che si intendono adottare per orientare gli spostamenti dei dipendenti verso forme di mobilità sostenibile alternative all’uso individuale del veicolo privato a motore. Deve tenere conto dell’analisi degli spostamenti casa-lavoro dei lavoratori, delle loro esigenze di mobilità e dello stato dell’offerta di trasporto presente nel territorio interessato. Inoltre, nel piano vanno identificati i vantaggi connessi all’attuazione delle misure previste per i dipendenti coinvolti (in termini di tempi di spostamento, costi di trasporto e comfort di trasporto), per l’impresa (in termini economici e di produttività) e per la collettività (in termini ambientali, sociali ed economici).

Riepiloghiamo, infine, quali sono gli aspetti principali da tenere in considerazione nella redazione di un PSCL e le scadenze che le organizzazioni interessate dal suddetto decreto devono rispettare:

  • entro il 31 dicembre di ogni anno le organizzazioni con più di 100 dipendenti ubicate in un capoluogo di Regione, in una Città metropolitana, in un capoluogo di Provincia ovvero in un Comune con popolazione superiore a 50.000 abitanti, sono tenute ad adottare un piano degli spostamenti casa-lavoro (PSCL) del proprio personale dipendente;
  • nel calcolo del tetto dei 100 dipendenti in ogni singola unità locale vanno considerati anche i dipendenti di altre imprese, che operano stabilmente, ovvero con presenza quotidiana continuativa, presso l’unità locale in base a contratti di appalto di servizi o con forme di distacco, comando o altro;
  • il decreto prevede che, in fase di prima applicazione, i PSCL siano adottati entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto;
  • il PSCL adottato dalle imprese va trasmesso al Comune territorialmente competente entro 15 giorni dall’adozione e il Comune può stipulare con l’impresa che lo ha adottato intese e accordi per una migliore implementazione del piano;
  • il PSCL può essere comunque adottato facoltativamente dalle altre imprese che possono procedere, sempre facoltativamente, alla nomina anche del mobility manager aziendale.

[VIDEO] Strumenti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e il contrasto al cambiamento climatico

Strumenti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e il contrasto al cambiamento climatico. Intervento di Andrea Merusi, responsabile ambiente e sostenibilità, al festival “Fai la differenza c’è… il Festival della Sostenibilità”.

Roma, 23 luglio 2021.

Italy for Climate presenta “10 trend chiave sul clima 2020: cosa è accaduto in Italia nell’anno della pandemia”

Clima 2020: calano le emissioni di gas serra
Rinnovabili al palo, Italia sempre più “calda”

Le performance climatiche dell’Italia, nel 2020, anno della pandemia, hanno registrato, a causa della grave recessione che ha fatto scendere i consumi energetici, la diminuzione delle emissioni di gas serra che però negli ultimi 30 anni sono calate appena la metà del taglio necessario a centrare il target del -55% al 2030; lo stallo delle rinnovabili che non crescono da un decennio e nel 2020 sono addirittura diminuite (-400 mila tep). Il Covid non arresta la crisi climatica: l’Italia, è sempre più “calda”, rispetto al 1880 la temperatura media è aumentata di quasi 2,4°C – molto più della media mondiale che è di circa +1°C – e nel solo 2020 sono stati censiti in Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico. Ma nel 2020 ci sono anche segnali incoraggianti: la drastica riduzione dell’uso del carbone, il boom delle vendite di auto elettriche e ibride che coprono ora circa il 20% del mercato.

La fotografia dell’Italia del clima è contenuta nel Rapporto “10 trend chiave sul clima2020: cosa è accaduto in Italia nell’ anno della pandemia” realizzato da Italy for climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che ha raccolto le adesioni di imprese impegnate sul tema del cambiamento climatico (Chiesi, Conou, Davines, Edison, Erg, Illy, Italian Exhibition Group) che fornisce una rappresentazione sintetica di alcune tendenze rilevanti  in materia di clima e energia.

“Gli eventi generati dalla crisi climatica– ha sottolineato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile- sono sempre più drammatici. In Italia,  solo nell’ ultimo mese, la Sardegna sta bruciando, Milano e la Lombardia sono andate sott’ acqua e hanno sperimentato grandinate eccezionali, l’Europa è stata colpita da quella che è stata definita l’alluvione del secolo. Incendi e alluvioni si succedono con frequenza e gravità in continuo peggioramento in varie parti del mondo. L’attenzione dei cittadini e del media è fortemente cresciuta, manca, invece, un’adeguata accelerazione delle misure, concrete e impegnative, di riduzione dei gas serra. Se aspettiamo che partano tutti per aumentare il nostro passo, saremo travolti dalla crisi climatica. Insieme all’Europa dobbiamo incalzare i ritardatari – a partire dalla Cina che sta rinviando misure incisive per il clima – dimostrando che siamo in grado di realizzare rapidamente un’economia climaticamente neutrale, con maggior benessere e più occupazione e tassando adeguatamente le importazioni di prodotti ad alte emissioni provenienti da Paesi che non si impegnano per il clima“.

Questi i 10 trend che inquadrano le performance sul clima dell’Italia:

  1. Nel 2020 con la pandemia l’ economia italiana ha subito la più grave recessione dal dopoguerra a oggi, con il Pil in picchiata -8,9% e la produzione industriale che nel lockdown è scesa di quasi il 45%.
  2. In trent’anni si è registrato appena metà del taglio delle emissioni di gas serra necessario al 2030, nel 2020 -27% rispetto al 1990. L’ Italia, nonostante gli effetti della pandemia, è quindi lontana dall’ obiettivo europeo del -55% al 2030 e dalla neutralità climatica entro metà secolo. Nel  2020 le emissioni sono diminuite del 9,8% rispettoall’anno precedente.
  3. Calano tutti i consumi energetici, ma la pandemia colpisce in modo particolare i combustibili per i trasporti (-16%) e il carbone (-27%), in particolare quello per la produzione di elettricità
  4. Le rinnovabili non crescono da quasi un decennio e nel 2020 il consumo di energia rinnovabile è nuovamente diminuito: – 400 mila tonnellate equivalenti di petrolio.
  5. I nuovi impianti per la generazione elettrica da rinnovabili sono fermi al palo: in un anno installati circa 1.000MW, ne servirebbero almeno 7.000. In Europa nel 2020 sono stati installati oltre 30.000 MW, con Germania, Spagna e Francia in prima linea.
  6. La produzione di energia elettrica da carbone ai minimi storici, con l’obiettivo del completo phase-out entro il 2025 che non sembra più irraggiungibile, e le emissioni specifiche del kWh elettrico non sono mai state così basse, 258 gCO2/kWh.
  7. Calano gli spostamenti privati (-20% rispetto al 2019), cambiano un po’ le abitudini alla mobilità delle persone che vanno di più a piedi e in bicicletta, triplica lo smartworking +200%.
  8. Boom di vendite di auto ibride ed elettriche che arrivano a coprire quasi il 20% del mercato, crollo di diesel e benzina (-40%). Tornano a diminuire le emissioni dei nuovi veicoli.
  9. Rebound: con la fine delle restrizioni, il periodo estivo, tornano subito a crescere consumi ed emissioni che raggiungono già livelli pre-crisi
  10. La crisi climatica morde in Italia: le temperature crescono più che nel resto del mondo  +2,4 C° e si moltiplicano gli eventi estremi. censiti per l’Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico. Si tratta delvalore più alto mai registrato dopo l’anno record 2019, dal 2008 si sono moltiplicati otto volte e questa è la tipologia:: +480% i tornado, +580% le piogge intense e lebombe d’acqua, +1.100% le grandinate e +1.200% le raffiche di vento.

Leggi qui l’intero report.

Roma, 29 luglio 2021

Comunicato stampa www.italyforclimate.org

Ufficio Stampa

Federica Cingolani cell. +39 3351329316

Gabriella Guerra   cell. +39 3392785957

Strumenti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e il contrasto al cambiamento climatico

Il settore industriale è responsabile del 21% delle emissioni globali di CO2 ed è il terzo per emissioni secondo solo a quello della produzione di energia (25%) e al settore agricolo (24%). È quindi evidente che le attività produttive e industriali giocano un ruolo fondamentale nella lotta al cambiamento climatico.

La buona notizia è che negli ultimi anni sempre più aziende italiane hanno aderito alla missione lanciata dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e hanno fatto propri alcuni degli obiettivi previsti, tra cui la lotta al riscaldamento globale. Generalizzando si può affermare che l’attuale quadro italiano è composto da: aziende virtuose che realmente stanno lavorando secondo i principi dello sviluppo sostenibile, aziende ancora molto indietro in campo ambientale e sociale, aziende che millantano grandi risultati ma che in realtà di sostenibile hanno ben poco. Come riconoscere queste tipologie di attività? E come possono essere aiutate ad essere davvero sempre più sostenibili?

Gli strumenti ci sono, già da diversi anni, ma spesso non sono conosciuti o sono considerati erroneamente non accessibili o non appropriati a molte realtà produttive. Questo articolo e quelli che seguiranno hanno lo scopo di fare un po’ di chiarezza tra le tante certificazioni ambientali esistenti e i numerosi standard di sostenibilità già in uso. Allo stesso tempo si vuole dare alle aziende e ai consumatori un’accessibile fonte d’informazione che possa aiutare ad indirizzare le proprie scelte quotidiane.

Iniziamo quindi col parlare di certificazioni e della ISO: l’Organizzazione internazionale per la normazione più importante a livello mondiale. Ente che svolge funzioni consultive per le Nazioni Unite su tematiche come l’educazione, la scienza e la cultura. Nel 2018 ISO ha pubblicato un importante dossier gratuito dal titolo: “Contributing to the UN Sustainable Development Goals with ISO standards”. Nel documento ad ogni obiettivo previsto dall’Agenda 2030 viene associato una o più norme di riferimento ISO già in uso da anni. Dal report si legge, ad esempio, che alcuni utili strumenti per il conseguimento dell’obiettivo 13 “Lotta al cambiamento climatico” sono contenuti nelle norme ISO 50001 “Sistemi di Gestione dell’energia”, ISO 14001 “Sistemi di Gestione Ambientali”, ISO 14067 che presenta una metodologia di calcolo dell’impronta di carbonio, ISO 14064-1 e ISO 14064-2 che forniscono specifiche indicazioni su come quantificare, monitorare, validare e verificare le emissioni di gas serra.

Un documento analogo è stato pubblicato anche dall’organizzazione internazionale senza scopo di lucro “Global Reporting Initiative”, ente nato con il fine di definire gli standard di rendicontazione della performance sostenibile di organizzazioni di qualunque dimensione, appartenenti a qualsiasi settore e paese del mondo. I loro report hanno dato un significativo contributo nello stabilire delle regole condivise per la redazione dei bilanci di sostenibilità e nelle rendicontazioni non finanziarie.

Le norme ISO e i report GRI sono solo alcuni degli standard riconosciuti a livello mondiale che possono essere utilizzati dalle aziende per implementare seri progetti di sostenibilità e di riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Il loro utilizzo permette di evitare una carente oggettività dei risultati ottenuti e il dannoso fenomeno del greenwashing. Per intenderci: se un’azienda dichiara sui propri prodotti o sui propri canali informativi, di aver ridotto del 50% le proprie emissioni di CO2, senza però specificare in che arco di tempo, in rapporto a quale altro parametro (es. ore lavorate, materie prime consumate, ecc..) e senza specificare quale metodologia di analisi è stata utilizzata, sta dando un’informazione parziale, imprecisa e potenzialmente fuorviante. Se invece l’azienda, nel pubblicare il risultato rimanda ad un bilancio di sostenibilità redatto secondo gli standard GRI, al possesso di una certificazione ambientale ISO, o a una dettagliata spiegazione sugli interventi effettuati per il raggiungimento del risultato, sta dando un’informazione completa e, soprattutto, starà dando un’immagine più autorevole e seria.

La verifica di queste informazioni è l’esercizio che un attendo consumatore dovrebbe fare, mentre lavorare seguendo delle norme universalmente riconosciute è l’impegno che le aziende dovrebbero mettere quando decidono di intraprendere un serio programma di sostenibilità.

Qualcuno obbietterà che c’è un problema economico non di poco conto: le norme ISO sono a pagamento e certificarsi ha un costo significativo. È vero, l’ostacolo economico c’è, è sarebbe davvero utile se i governi e le istituzioni sostenessero le aziende che si vogliono certificare con incentivi, sgravi economici e aiuti di vario tipo. Ma allo stesso tempo l’azienda deve vedere queste spese come un investimento e non un costo. Ogni anno sempre più studi dimostrano che le organizzazioni che hanno puntato seriamente sulla sostenibilità e sulla responsabilità sociale d’impresa hanno retto meglio nei momenti di crisi e hanno avuto un ritorno economico maggiore dei costi sostenuti[1].

Il complesso e variegato campo della sostenibilità si sta muovendo in fretta, e questa è una cosa positiva ma dai risvolti incerti. L’importanza della transizione ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti e finalmente anche il mondo politico e industriale ha incominciato a guardarla con interesse. Ma ora più che mai c’è bisogno di regole e metodologie condivise, serietà, trasparenza e chiarezza. Non bisogna fermarsi agli slogan ma è indispensabile cogliere davvero l’opportunità di operare secondo i principi dello sviluppo sostenibile e quindi garantire alle generazioni future le stesse possibilità di soddisfare bisogni fondamentali. Questo e i prossimi articoli cercheranno di dare un piccolo contributo a questo importante processo.

Andrea Merusi

Articolo pubblicato sul magazine “BioEcoGeo Ambiente e sostenibilità delle imprese” – 20/07/2021


[1] L’edizione 2020 del Rapporto dell’Osservatorio Socialis conferma la costante progressione del trend di crescita della diffusione della Corporate Social Responsibility nelle imprese di medie e grandi dimensioni (aziende con almeno 80 dipendenti). La cultura e pratica aziendale della Responsabilità Sociale vede un coinvolgimento attivo delle imprese italiane cresciuto quasi del 50% in 18 anni.

Emissioni in atmosfera: modifiche al Codice ambientale ed emissioni di sostanze particolarmente pericolose

Lo scorso 28 agosto 2020 è entrato in vigore il D.Lgs. 102/2020, decreto da molti definito “correttivo” del D.Lgs. 183/2017, poiché modifica nuovamente la Parte V del D.Lgs. 152/2006 sulle emissioni in atmosfera degli impianti industriali.

Le modifiche sono finalizzate a garantire la certezza normativa in materia di obblighi e controlli relativi alla gestione degli stabilimenti che producono emissioni in atmosfera, nonché a razionalizzare le procedure autorizzative e il sistema delle sanzioni, con riguardo sia alle imprese sia ai privati gestori di impianti termici civili.

Tra le principali modifiche si segnala che all’articolo 271 è inserito il comma 7-bis secondo il quale le emissioni delle sostanze classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340, H350, H360) e delle sostanze di tossicità e cumulabilità particolarmente elevata devono essere limitate nella maggior misura possibile dal punto di vista tecnico e dell’esercizio.
Dette sostanze e quelle identificate come estremamente preoccupanti (SVHC) dal regolamento REACH devono essere sostituite non appena tecnicamente ed economicamente possibile nei cicli produttivi da cui originano emissioni delle sostanze stesse. È introdotto l’obbligo per i gestori degli stabilimenti o delle installazioni in cui è previsto l’utilizzo di tali sostanze di inviare ogni cinque anni, a decorrere dalla data di rilascio o di rinnovo dell’autorizzazione, una relazione all’Autorità competente in cui si analizza la disponibilità di alternative, se ne considerano i rischi e si esamina la fattibilità tecnica ed economica della sostituzione delle predette sostanze. Se le sostanze o miscele in esame sono utilizzate nei cicli produttivi da cui originano le emissioni in stabilimenti o installazioni in esercizio alla data di entrata in vigore del decreto, la relazione deve essere inviata all’autorità competente entro un anno dall’entrata in vigore del decreto.
In caso di modifica della classificazione delle stesse sostanze o miscele, il gestore deve presentare, entro tre anni dalla modifica, una domanda di autorizzazione volta all’adeguamento alle disposizioni del nuovo comma. In tal senso, i gestori di stabilimenti e istallazioni in esercizio alla data in entrata in vigore del decreto in cui le stesse sostanze o le miscele sono utilizzate nei cicli produttivi da cui originano le emissioni devono comunque presentare una domanda di autorizzazione entro il 1° gennaio 2025 o entro una data precedente individuata dall’Autorità competente.

In sintesi: la suddetta normativa si applica a tutti coloro che hanno richiesto l’autorizzazione per le emissioni in atmosfera (adempimento previsto obbligatorio per aziende in AUA, AIA o direttiva IPPC), in quanto all’interno del loro ciclo produttivo utilizzano sostanze/miscele pericolose captandone i residui di lavorazione ed emettendoli in atmosfera previa sistema di filtraggio.

Trattasi di comunicare all’ARPA, una valutazione che riporti l’utilizzo pari ad almeno 10 Kg/anno di sostanze pericolose o miscele pericolose quali:

· Sostanze/miscele classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340,H350, H360);

· Sostanze estremamente preoccupanti ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH);

· Sostanze di tossicità e cumulabilità particolarmente elevata come definite secondo i criteri dell’Allegato XIII del Reg. REACH come Persistenti, Bioaccumulabili. (Si può ragionevolmente ritenere che tali sostanze rientrino già tra quelle estremamente preoccupanti).

Nella comunicazione vanno indicate l’eventuale previsione di sostituzione/usi sostanze alternative. La valutazione deve essere inviata entro il 28/08/2021.

Sono trascurabili, ai fini della valutazione, le sostanze/miscele utilizzate come materie prime in ingresso al ciclo produttivo, seppur rientranti nelle categorie di cui sopra, i cui quantitativi di utilizzo sono inferiori a 10 kg/anno.

Naturalmente se non vi sono sostanze/miscele pericolose che interessino le emissioni non c’è da inviare nulla, ma è bene predisporre un documento attestante l’analisi delle schede di sicurezza che giustifichi la non applicabilità.

SANZIONI PREVISTE

In caso di omessa presentazione della relazione, nei casi sopra citati si applica la sanzione prevista dall’articolo 279, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006 (E’ soggetto ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 euro a 2.500 euro, alla cui irrogazione provvede l’autorità competente, chi non presenta, nei termini previsti, la domanda o la relazione di cui all’articolo 271, comma 7-bis).

Rifiuti e Modello Unico di Dichiarazione ambientale 2021

Nei giorni scorsi è uscito un interessante report realizzato dalla Fondazione Symbola insieme a Comieco, da cui si evince che l’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti pari al 79% con una incidenza più che doppia rispetto alla media UE e ben superiore a tutti gli altri grandi paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%). L’Italia è anche uno dei pochi paesi europei che dal 2010 al 2018 – nonostante un tasso di riciclo già elevato – ha comunque migliorato le sue prestazioni (+8,7%).

Un risultato importante, a tratti sorprendente, che dovrebbe spingere il mondo industriale e la politica a continuare su questa strada perseguendo un miglioramento continuo delle prestazioni nazionali in tema di riduzione, riciclo e recupero dei rifiuti speciali.

Queste analisi sono possibili anche grazie ai dati forniti annualmente dalle aziende attraverso il Modello Unico di Dichiarazione ambientale, meglio conosciuto come MUD. Dichiarazione che ogni anno presenta qualche novità e che per l’anno 2021 è contenuta nel D.P.C.M. del 23 dicembre 2020.

Vediamo in questo articolo cosa è cambiato rispetto alla dichiarazione del 2020 e cosa viene confermato rispetto ai modelli precedenti.

Innanzitutto anche il MUD 2021 – che fa riferimento ai rifiuti prodotti e gestiti nel 2020 – continua ad essere articolato in 6 comunicazioni da presentare alle Camere di Commercio territorialmente competenti da parte dei soggetti tenuti all’adempimento:

  1. Comunicazione rifiuti;
  2. Comunicazione veicoli fuori uso;
  3. Comunicazione imballaggi, composta dalla Sezione Consorzi e dalla Sezione Gestori Rifiuti di imballaggio;
  4. Comunicazione rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE);
  5. Comunicazione rifiuti urbani, assimilati e raccolti in convenzione;
  6. Comunicazione produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE).

I soggetti obbligati a presentare il MUD sono individuati dall’articolo 189, commi 3 e 4, del D.Lgs. 152/2006 come modificato dal D.Lgs. n. 116/2020. Si tratta, in particolare, dei seguenti soggetti:

  • chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e trasporto di rifiuti;
  • i commercianti e gli intermediari di rifiuti senza detenzione;
  • imprese ed enti che effettuano operazioni di recupero e di smaltimento di rifiuti;
  • i Consorzi e sistemi riconosciuti, istituiti per il recupero e riciclaggio di particolari tipologie di rifiuti, ad esclusione dei consorzi e sistemi istituiti per il recupero e riciclaggio dei rifiuti di imballaggio che sono tenuti alla compilazione della Comunicazione Imballaggi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali (con più di 10 dipendenti) di rifiuti non pericolosi da attività artigianali, industriali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, di fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue, di rifiuti da abbattimento di fumi, dalle fosse settiche e dalle reti fognarie;
  • i gestori del servizio pubblico di raccolta con riferimento ai rifiuti conferitigli dai produttori di rifiuti speciali.

I produttori di rifiuti esonerati dall’obbligo di presentazione del MUD sono invece:

  • le imprese agricole di cui all’art. 2135 c.c. con un volume di affari annuo non superiore a 8.000 euro;
  • le imprese che raccolgono e trasportano i propri rifiuti non pericolosi;
  • le imprese e gli enti produttori iniziali che non hanno più di 10 dipendenti;
  • le imprese e gli enti produttori di rifiuti non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, diversi da quelli indicati alle lettere c), d) e g)
  • i produttori di rifiuti che non sono inquadrati in un’organizzazione di ente o di impresa.

Sono esclusi anche i soggetti che esercitano attività ricadenti nell’ambito dei codici ATECO 96.02.01 (barbiere e parrucchiere), 96.02.02 (istituti di bellezza) e 96.09.02 (tatuaggio e piercing).

Le principali novità riguardano la data di presentazione del documento che quest’anno ha come termine ultimo il 16 giugno 2021. Di norma la scadenza era il 30 aprile ma a causa della tardiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (GU n. 39 del 16 febbraio 2021) il termine per la presentazione del MUD è slittato dal 30 aprile al 16 giugno 2021, cioè centoventi giorni a decorrere dalla data di pubblicazione.

Si riscontrano novità anche nelle informazioni da trasmettere e nelle modalità di invio delle comunicazioni. I suddetti aggiornamenti sono volti a dare attuazione a normativa europea più recente e ai provvedimenti nazionali che hanno recepito le direttive sull’economia circolare (tra tutti, il D.Lgs. 116/2020).

Segnaliamo quindi che:

  • gli impianti che svolgono attività di recupero dovranno comunicare, nella scheda SA-AUT, se l’autorizzazione è riferita ad attività di recupero per le quali è stata prevista applicazione del c.3 art. 184-ter (End-of-Waste “caso per caso”);
  • nella comunicazione rifiuti e veicoli fuori uso sono state apportate modifiche alle informazioni relative ai materiali derivanti dall’attività di recupero, con l’aggiunta di alcune tipologie e la modifica di altre;
  • la scheda “CG-costi di gestione” della comunicazione rifiuti urbani è stata completamente ridisegnata;
  • sono state modificate le categorie della comunicazione RAEE per adeguarle all’entrata in vigore dell’Open scope (ambito di applicazione della normativa RAEE “aperto” a un numero maggiore di prodotti, come previsto dalla direttiva 2012/19/UE) e della classificazione prevista dall’allegato III al D.Lgs. 49/2014;
  • sempre nella comunicazione RAEE è stata aggiunta la voce relativa alla quantità di RAEE preparati per il riutilizzo, mentre è stata eliminata l’informazione sui RAEE utilizzati come apparecchiatura intera.

Le seguenti comunicazioni devono essere presentate esclusivamente tramite il sito http://www.mudtelematico.it:

  • Comunicazione rifiuti;
  • Comunicazione veicoli fuori uso;
  • Comunicazione imballaggi, sia Sezione Consorzi che Sezione Gestori Rifiuti di imballaggio;
  • Comunicazione rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Come già avviene da un po’ di anni a questa parte, per poter effettuare l’invio telematico i dichiaranti devono essere in possesso di un dispositivo di firma digitale valido al momento dell’operazione[1].

Si confermano anche le sanzioni per la tardiva, omessa o incompleta dichiarazione; e il pagamento dei diritti di segreteria al momento dell’invio. Nello specifico questi ammontano a 10,00 euro per dichiarazione per l’invio telematico, e vanno pagati esclusivamente con carta di credito, PagoPA o con l’Istituto di pagamento InfoCamere (pagamenti.ecocerved.it). Per quanto riguarda il MUD Semplificato e il MUD Comuni (se inviato via PEC) il pagamento dei diritti di segreteria potrà avvenire esclusivamente con il circuito PagoPa.

La comunicazione rifiuti semplificata – tramite il portale www.mudsemplificato.ecocerved.it – è riservata ai soggetti che producono, nella propria unità locale, non più di 7 rifiuti per i quali deve essere presentato il MUD e, per ogni rifiuto, utilizzano non più di 3 trasportatori e 3 destinatari finali. Non possono presentare il MUD Semplificato i produttori che conferiscono i propri rifiuti all’estero.

Per ulteriori informazioni si raccomanda di consultare il sito internet: www.mudtelematico.it.

Redazione Osservatorio HSE


[1] Associazioni di categoria e studi di consulenza possono inviare telematicamente i MUD compilati per conto dei propri associati/clienti apponendo ad ogni invio la propria firma elettronica, sulla base di espressa delega scritta dei propri associati e clienti.

Transizione Ecologica Aperta (TEA), al via gli incontri

Un progetto di comunicazione e dialogo creato da ISPRA per informarsi e discutere delle opportunità del Recovery Fund europeo per il futuro dell’ambiente italiano.
Nell’ambito del progetto, ISPRA ha organizzato un ciclo di incontri territoriali con il contributo di alcune ARPA, che vede mondo delle imprese e delle associazioni imprenditoriali a confronto con la società civile e con il sistema pubblico, nell’ottica di fornire spunti per il Recovery Plan italiano e discutere sul punto della semplificazione dei processi autorizzativi dei quali si dovrà occupare il Ministero della Transizione Ecologica.

Scopo degli incontri è il miglioramento della collaborazione fra imprese, sistema pubblico per fare sì che la realizzazione dei progetti avvenga “presto e bene”, cioè nel rispetto dei tempi e garantendo i massimi livelli di tutela.

Appuntamenti in programma

  • Economia circolare a cura di ARPA Lombardia – 29 marzo ore 11:00
    Programma
  • Industria per l’ambiente a cura di ARPA Puglia – 29 marzo ore 15:00
    Programma
  • La transizione energetica a cura di ARPA Lazio – 30 marzo ore 11:00
    Programma
  • Autorizzazioni e controlli partecipati a cura di ARPA Basilicata e ARPA Marche – 30 marzo ore 15:00
    Programma
  • Infrastrutture e uso del territorio a cura di ARPA Liguria – 31 marzo ore 11:00
    Programma
  • Il monitoraggio ambientale dallo spazio a cura di ARPAE Emilia-Romagna – 31 marzo ore 15:00
    Programma

Sarà possibile seguire i seminari e porre domande ai relatori collegandosi su:

www.ricicla.tv

https://www.youtube.com/c/ISPRAVideoStreaming/videos

Canali social Facebook e Youtube di RICICLATV

Pagina Facebook di ISPRA

Fonte: Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente

Clima, cibo e conflitti: alle radici di un legame complesso

In che modo le risorse alimentari possono incidere sui conflitti? Uno studio realizzato con il contributo della Fondazione CMCC e di CMCC@Ca’Foscari mette in luce come l’effetto combinato di eventi climatici estremi e del concentrarsi della produzione agricola, aumenti del 14% la probabilità che s’inneschi un conflitto nei Paesi con un’economia ancora fortemente dipendente dall’agricoltura.

Esiste un sostanziale accordo fra gli esperti sul ruolo chiave di variabilità climatica e scarsità di cibo nell’innescare conflitti violenti, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, che sono fortemente dipendenti dall’agricoltura, sopportano il peso maggiore degli impatti dei cambiamenti climatici, e hanno spesso una triste eredità di conflitti. Nonostante ciò, solo un numero piuttosto limitato di studi ha esaminato il modo in cui le risorse alimentari influenzino i conflitti violenti.

In una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Peace Research, un team di ricercatori della Uppsala University, Università Ca’ Foscari di Venezia, Commissione europea – Joint Research Centre –JRC, e CMCC@Ca’Foscari – partnership dell’Università Ca’Foscari Venezia e della Fondazione CMCC -, esplora le relazioni complesse che intercorrono tra variabilità climatica, produzione agricola e insorgenza dei conflitti.

Gli autori hanno ipotizzato che la diversa distribuzione spaziale della produzione agricola all’interno dei Paesi sia un fattore rilevante nel determinare un impatto della variabilità climatica su guerre e conflitti in Paesi fortemente dipendenti dall’agricoltura. “La principale assunzione alla base di questo studio”, spiega Paola Vesco, ricercatrice alla Uppsala University e affiliata alla Divisione CMCC ‘Economic analysis of Climate Impacts and Policy’ (ECIP), “si articola in tre passaggi, dagli eventi climatici ai conflitti. In primo luogo, gli impatti negativi della variabilità climatica aumentano la concentrazione spaziale della produzione agricola sul territorio. Secondo, la distribuzione spaziale della produzione agricola, una misura del modo in cui l’accesso al cibo e le condizioni di sussistenza varino nelle diverse aree, rappresenta un fattore rilevante nel determinare l’impatto dei cambiamenti climatici sui conflitti in Paesi fortemente dipendenti dall’agricoltura. Terzo, l’effetto combinato di eventi climatici estremi e la concentrazione spaziale della produzione agricola aumenta la probabilità d’insorgenza dei conflitti.”

Per saggiare questa ipotesi, gli autori hanno realizzato una stima della distribuzione spaziale delle colture (con l’uso di un indice di produzione agricola, una buona misura delle condizioni di vita e di accesso al cibo delle popolazioni, ndr), ovvero una valutazione di quanto la produzione agricola si concentri o sia diffusa nelle diverse località, esaminando come la distribuzione spaziale delle risorse agricole modelli gli effetti del clima sui conflitti nel corso del tempo.

“Il nostro metodo”, spiega Malcolm Mistry, ricercatore e docente all’Università Ca’Foscari di Venezia e research affiliate della Fondazione CMCC, “ci permette di esaminare direttamente gli effetti dei cambiamenti climatici estremi sulla distribuzione spaziale della produzione agricola, all’interno dei vari Paesi e nel corso del tempo, e quindi di esaminare come la distribuzione spaziale delle risorse agricole determini gli effetti del clima sui conflitti, nelle varie epoche. La nostra analisi riesce a catturare la dimensione spaziale della vulnerabilità legata alla produzione agricola, esplorando se l’effetto della distribuzione geografica della produzione agricola possa avere un peso nei conflitti. Abbiamo scoperto che gli effetti del clima sono particolarmente negativi in quei Paesi che dipendono dall’agricoltura e dove la produzione alimentare si concentra in poche aree.”

I risultati infatti mostrano come gli impatti negativi della variabilità climatica portino a un aumento della concentrazione spaziale della produzione agricola nei vari Paesi. Ciò, unito agli effetti degli eventi climatici estremi, aumenta la probabilità d’insorgenza di un conflitto fino al 14% nei Paesi dipendenti dall’agricoltura.

“È probabile che gli shock climatici alla produzione agricola influenzino le condizioni di sussistenza sia direttamente, attraverso cambiamenti nella disponibilità e nell’accesso al cibo, sia indirettamente, attraverso cambiamenti correlati al reddito agricolo, alle fluttuazioni dei prezzi dei prodotti alimentari e alle variazioni del potere d’acquisto dei consumatori”, aggiunge Mistry. “Le perdite agricole causate dagli shock climatici, distribuite in modo non uniforme, porteranno pertanto a disuguaglianze in termini di diritti alimentari e condizioni di vita tra le diverse aree e le diverse comunità. Per questo motivo, i conflitti tenderanno a verificarsi in quelle aree dove si registrerà un’aumentata domanda e una minore offerta di risorse alimentari.

La competizione per le risorse può portare anche a un aumento dei flussi migratori, e le migrazioni climatiche possono andare a peggiorare la competizione per le risorse nelle aree di destinazione, favorendo tensioni politiche o su base etnica tra i migranti e le comunità ospiti, aumentando la probabilità di conflitti. Questo è successo, per esempio, durante la guerra civile in Darfur: il relativo impoverimento e deteriorarsi delle risorse in alcune regioni rispetto ad altre, ha innescato dei movimenti migratori da parte dei gruppi più colpiti verso le regioni con una maggiore abbondanza di risorse, favorendo quindi l’insorgenza di reciproche accuse di sfruttare eccessivamente le risorse locali, e rinforzando preesistenti contrasti etnici e sociali, contribuendo così allo scatenarsi di conflitti nella regione.”

Più in generale, gli autori sottolineano come sia probabile che differenze nell’accesso al cibo nelle diverse regioni possano innescare proteste attorno a preesistenti motivi di contrasto, non necessariamente legati a questa problematica. All’opposto, istituzioni e governi più efficienti possono mediare le conseguenze negative dei cambiamenti climatici e attenuare le tensioni, assicurando una più equa gestione e distribuzione delle risorse. “In quest’ottica”, conclude Vesco, “l’analisi sarà estesa per esaminare anche come i fattori socio-economici e le caratteristiche istituzionali possano influenzare il nesso tra clima, distribuzione spaziale delle colture e insorgenza dei conflitti.”

Leggi la versione integrale dell’articolo:

Climate variability, crop and conflict: Exploring the impacts of spatial concentration in agricultural production

Vesco P., Kovacic M., Mistry M., Croicu M.

2021, Journal of Peace Research, Vol 58, 1, 98-113, DOI: 10.1177/0022343320971020

 

Comunicato stampa Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

CONTATTI STAMPA:

Mauro Buonocore – CMCC – mauro.buonocore@cmcc.it

tel. +39 0832 671060 – mob. +39 345 3033512

Laura Caciagli – CMCC – laura.caciagli@cmcc.it

mob. + 39 3315494605

www.cmcc.it